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Non chiamatela “fuga di cervelli”: chi va e chi resta, tra opportunità e bisogni

Sono 630mila i giovani emigrati dall’Italia, con un costo pari al 7,5% del pil utilizzato per istruirli, di fatto “andato in fumo”. Lasciamoli andare, certo, ma… Ma quali sono le ragioni che li spingo a partire? Per Daniele Marini (Università degli Studi di Padova) molto è frutto di una percezione: “Il lavoro in Italia viene considerato precario e sottopagato, ma se a volte vero, a volte è percezione. Si tratta di una sorta di “cappa” che non permette di vedere e che poi spinge molti ad andare all’estero alla ricerca di qualcosa di meglio”. Oppure forse, stando alle parole di Michela Andreolli, Founder & CEO Arke, “è solo questione di opportunità. Oggi possiamo farlo, possiamo cogliere queste opportunità con più facilità”. E allora quali possono essere le condizioni per tornare? “Ascoltare e valorizzare queste esperienze fatte all’estero, incentivi fiscali, programmi di rientro” per Nadio Delai, presidente Ermeneia, ma anche un territorio accogliente, rispondente, attrattivo, e lo sviluppo della tecnologia nel mondo del lavoro.


“Spesso pensiamo che coloro che vanno all’estero sono gli ambiziosi, mentre quelli che rimangono sono gli arresi – ha aggiunto Eleonora Angelini, presidente Giovani Imprenditori Confcommercio Trentino. “Ma non è sempre così, si è ambiziosi anche nel restare. Per farlo però serve un territorio che sappia dare ai giovani la possibilità di esprimere le proprie capacità, che crei rete, che permetta al giovane di crescere anche nel rapporto intergenerazionale. Chi va fuori non guarda allo stipendio, o meglio, non solo, ma cerca luoghi dove poter esprimere propria ambizione e poter creare equilibrio tra vita privata e lavorativa”. Non a caso, del resto la metà di coloro che se ne vanno, sono donne. “Perché – ha proseguito Angelini - sono poste a chiedersi prima se quel territorio può accogliere le loro ambizioni di carriera, senza rinunciare alla loro vita privata”. Un punto su cui concorda il suo “collega” di panel al Festival dell’Economia di Trento, il professor Marini: “La Gen Z sta portando un modo nuovo e diverso di vedere il lavoro, al punto che oggi non è l’azienda a dire “le farò sapere” al candidato, ma siamo di fronte allo scenario contrario, per cui i giovani cercano un maggiore equilibrio tra vita professionale e personale”. Ma i fattori sono anche legati all’istruzione, come ha suggerito una ragazza del pubblico, e alla conoscenza del mercato del lavoro, che spesso subisce distorsioni “per sentito dire”; nonché, per Delai, “al sociale. E intendo lo stato d’animo, il desiderio di creare, la voglia di dinamismo. Lo sottovalutiamo ma è questo che poi fa poi tirare l’economia”. Un appello che Andreolli ha sposato in pieno: “I colpevoli siamo anche noi giovani stessi, che crediamo sempre a chi ci dice che le cose sono difficili, ma che dovremmo molto di più provare a metterci in gioco, provare a fare”.




Fonte: festivaleconomia2026.it

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