top of page

Il Nobel per la Pace Račinskij: la memoria primo argine contro l’autoritarismo

Nel panel “Memoria storica e diritti”, moderato da Silvia Marzialetti di Radiocor - Il Sole 24 Ore, Jan Račinskij, presidente di Memorial Internazionale e Premio Nobel per la Pace 2022, ha proposto una riflessione sul rapporto tra autoritarismo, società civile e memoria storica nella Russia contemporanea. Attraverso il racconto dell’esperienza di Memorial, organizzazione nata alla fine dell’epoca sovietica per documentare le repressioni di Stato e difendere i diritti umani, e di cui oggi Račinskij è presidente, si è parlato del progressivo restringimento degli spazi di libertà sotto il potere di Putin, le conseguenze della guerra in Ucraina e le fragilità democratiche che attraversano oggi l'area post-sovietica. A guidare la riflessione sul tema, una certezza: senza partecipazione civile, pluralismo e capacità critica del passato, nessuna società può costruire istituzioni realmente democratiche.


I temi della memoria storica, della repressione del dissenso e di un possibile futuro democratico della Russia sono stati affrontati di petto dal protagonista del panel “Memoria storica e diritti”, Jan Račinskij, presidente di Memorial Internazionale e Premio Nobel per la Pace 2022.Intervistato da Silvia Marzialetti, giornalista di Radiocor - Il Sole 24 Ore, Račinskij ha raccontato le origini dell’associazione che è diventata il suo mestiere di tutta la vita. Fondata nel 1989 grazie all’impegno, tra gli altri, del dissidente Andrej Sacharov, Memorial nacque per ricostruire e documentare le repressioni sovietiche attraverso archivi, testimonianze e attività di ricerca dedicate alle vittime del terrore di Stato.Nel tempo, l’organizzazione ha esteso il proprio lavoro anche alla difesa dei diritti umani e al monitoraggio dei conflitti contemporanei. Račinskij ha spiegato come le recenti decisioni delle autorità russe - prima l’etichetta di “agente straniero”, poi la definizione di organizzazione “estremista” - abbiano contribuito a creare un clima di pressione e intimidazione non solo nei confronti di Memorial, ma più in generale verso il mondo dell’informazione indipendente e della società civile russa.


Da qui si è sviluppata una riflessione più ampia sul rapporto tra memoria storica e libertà politica. Secondo Račinskij, una società che smette di confrontarsi criticamente con il proprio passato diventa più vulnerabile alla propaganda e alle narrazioni costruite dal potere. La memoria, ha osservato, non rappresenta una soluzione automatica contro le derive autoritarie, ma aiuta a riconoscere i segnali di pericolo e a sviluppare strumenti di consapevolezza collettiva.


Il confronto si è quindi spostato sull’evoluzione della Russia dopo la fine dell’Unione Sovietica. Račinskij ha individuato negli anni ‘90 un passaggio decisivo nella trasformazione del sistema politico russo, ricordando la crisi costituzionale del 1993, il crescente utilizzo della forza da parte dello Stato e le limitazioni progressive delle libertà civili. In questo quadro, ha sostenuto che molti Paesi occidentali abbiano sottovalutato a lungo la natura del potere costruito da Vladimir Putin, interpretando alcuni segnali come episodi isolati anziché come parte di una traiettoria politica più profonda.


Il confronto tra la Russia contemporanea e l’esperienza sovietica è tornato più volte nel corso del panel, con Račinskij che ha parlato di forti continuità ma anche di differenze significative. Tra le principali somiglianze, la limitazione delle libertà civili e il controllo del dissenso: oggi, come in epoca sovietica, esprimere opinioni contrarie al potere può comportare conseguenze giudiziarie e forti pressioni personali.Ha però evidenziato anche alcune differenze, ricordando che negli ultimi anni dell’URSS venne approvata una legge per la riabilitazione delle vittime delle repressioni politiche, riconoscendo ufficialmente l’ingiustizia delle condanne inflitte a chi era stato perseguitato per le proprie idee. Oggi quello stesso principio risulta svuotato: affermazioni critiche nei confronti del passato sovietico o della leadership politica possono nuovamente essere perseguite.


Secondo il presidente di Memorial, il peso di settant’anni di sistema sovietico ha reso più fragile e complessa la costruzione di una cultura democratica nel Paese, eppure Račinskij respinge l’idea di una naturale predisposizione del popolo russo all’autoritarismo, ricordando le numerose forme di opposizione civile e culturale sviluppatesi nel Novecento nonostante la repressione. 


Ampio spazio è stato dedicato anche alla guerra in Ucraina e alle prospettive future dell’area post-sovietica. Račinskij ha descritto l’invasione russa come il risultato di una lunga incapacità del Cremlino di accettare pienamente l’autonomia politica dei Paesi vicini. Allo stesso tempo, ha indicato nell’Ucraina una società che, nonostante le difficoltà, ha rafforzato negli anni la propria capacità di autodeterminazione democratica e di partecipazione politica.


In conclusione, a partire dalle polemiche sulla presenza di artisti russi negli eventi culturali internazionali - richiamate da Silvia Marzialetti con un riferimento particolare al dibattito attorno alla Biennale di Venezia -, Račinskij ha sottolineato che non è possibile attribuire a un intero popolo le responsabilità delle scelte del suo governo o ridurre la produzione artistica a semplice espressione del potere politico.Proprio nella cultura, nella società civile e nella capacità di mantenere viva una memoria critica del passato, il presidente di Memorial ha indicato gli elementi da cui potrebbe nascere in futuro una trasformazione democratica della Russia.




Fonte: festivaleconomia2026.it

Commenti


Le ultime notizie

VOLTI 2026 con scritta orizzontale.png
bottom of page