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Dazi e cambio del dollaro, Orsini: impatto devastante sulle imprese italiane

L’aumento dei dazi commerciali e la recente rivalutazione del dollaro nei confronti dell’euro stanno provocando un impatto economico rilevante sulle imprese italiane, in particolare su quelle esportatrici. A lanciare l’allarme è stato Maurizio Orsini, presidente di Federazione Imprese Internazionali, che ha messo in evidenza le difficoltà crescenti che molte aziende stanno affrontando per mantenere la loro competitività sui mercati esteri. Le tensioni commerciali tra Stati Uniti, Cina ed Europa, unite all’instabilità del cambio valutario, stanno creando una combinazione pericolosa che rischia di compromettere mesi di investimenti e strategie di internazionalizzazione.


Secondo Orsini, la recente ondata di dazi introdotti dagli Stati Uniti su alcuni prodotti industriali europei e le contromisure europee hanno innescato un effetto domino sui prezzi e sulla catena di fornitura globale. Le imprese italiane, in particolare quelle dei settori meccanico, moda, agroalimentare e chimico, stanno subendo un rallentamento significativo della domanda statunitense, che è uno dei principali mercati di destinazione dell’export italiano. Allo stesso tempo, l’apprezzamento del dollaro sta rendendo più onerosi gli approvvigionamenti in materie prime denominate nella valuta americana, aumentando i costi di produzione per molte aziende italiane.


Il problema, sottolinea Orsini, non è solo legato all’immediato rincaro dei beni importati o alla difficoltà di esportare in mercati diventati meno accessibili per via delle barriere tariffarie, ma anche alla perdita di competitività rispetto ad altri concorrenti globali. Paesi extra-UE, non colpiti dai dazi statunitensi, stanno approfittando della situazione per occupare quote di mercato lasciate scoperte dai produttori italiani. In alcuni comparti si registra già una contrazione degli ordini del 10-15% rispetto al primo semestre dell’anno precedente.


Il cambio euro/dollaro, che ha recentemente superato la soglia di 1,10 a favore della valuta americana, sta provocando un effetto paradossale. Se da un lato un euro più debole favorisce in teoria le esportazioni, dall’altro, secondo Orsini, l’effetto positivo è più che compensato dall’aumento dei costi delle importazioni, soprattutto nei settori che dipendono da input energetici, minerari o tecnologici acquistati in dollari. Il bilancio finale, osserva, si traduce in una compressione dei margini operativi per le imprese manifatturiere, in particolare quelle di piccola e media dimensione.


Le PMI italiane, che rappresentano la spina dorsale del sistema produttivo nazionale, si trovano in difficoltà maggiore rispetto alle grandi aziende, che hanno strumenti finanziari più sofisticati per coprirsi dai rischi di cambio o che dispongono di filiali locali capaci di gestire direttamente le transazioni in valuta estera. Le imprese più piccole, invece, si trovano esposte alle oscillazioni valutarie e ai rincari dei beni intermedi senza poter trasferire facilmente gli aumenti sui prezzi finali.


Un altro elemento di criticità riguarda la tempistica. Orsini ha evidenziato come la reattività delle misure europee di difesa commerciale sia spesso insufficiente rispetto alla rapidità con cui si evolvono i contesti internazionali. I dazi imposti da Washington vengono applicati con decisione e immediatezza, mentre le contromisure europee richiedono mesi di concertazione tra Stati membri, con il rischio che, nel frattempo, il danno economico si sia già concretizzato. Inoltre, i settori colpiti faticano a ottenere ristori o compensazioni adeguate, nonostante il principio di reciprocità dovrebbe guidare le politiche commerciali dell’Unione.


Particolarmente critica è la situazione per le imprese italiane che esportano beni soggetti a tariffe doganali sia negli Stati Uniti sia in altri Paesi, come India o Brasile, che hanno recentemente adottato misure protezionistiche. Il moltiplicarsi delle barriere commerciali, in un contesto globale sempre più segnato da tensioni geopolitiche, sta restringendo lo spazio di manovra per le aziende italiane. Alcune di esse hanno già rinviato progetti di espansione internazionale, mentre altre stanno valutando il reshoring o la delocalizzazione della produzione in Paesi terzi, dove il quadro normativo risulta più stabile.


A fronte di questa situazione, Orsini ha lanciato un appello alle istituzioni nazionali ed europee affinché si adottino misure rapide e concrete a supporto delle imprese esportatrici. Tra le proposte avanzate, figura l’adozione di un fondo di compensazione per le perdite causate dalle guerre commerciali, il potenziamento degli strumenti di copertura dal rischio di cambio, una maggiore sinergia tra le politiche fiscali e commerciali a livello comunitario, e un rilancio deciso delle politiche industriali orientate all’innovazione e alla diversificazione dei mercati.


Nel frattempo, le imprese cercano di adattarsi al nuovo scenario, rinegoziando contratti, cercando fornitori alternativi, differenziando i mercati di destinazione e investendo in efficienza produttiva. Tuttavia, secondo Orsini, senza un deciso cambio di passo nella governance economica e commerciale europea, molte aziende rischiano di non reggere l’urto di un contesto globale sempre più instabile e competitivo.

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