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Confindustria Sardegna chiede alla Regione di intervenire sull’UE: la nuova direttiva emissioni minaccia industria e occupazione nell’isola

Confindustria Sardegna lancia un appello forte alla Regione affinché si attivi nei confronti del Governo e dell’Unione Europea per contrastare gli effetti della nuova direttiva sulle emissioni industriali (IED – Industrial Emissions Directive), che rischia di mettere in grave difficoltà numerosi impianti produttivi presenti sul territorio. Al centro del dibattito vi è il timore che la nuova normativa, attualmente in fase di revisione da parte delle istituzioni europee, introduca limiti troppo stringenti sulle emissioni inquinanti, con effetti devastanti per settori strategici come quello energetico, petrolchimico e metallurgico, storicamente radicati in Sardegna.


Secondo l’analisi condotta da Confindustria, le nuove soglie previste per gli inquinanti atmosferici e idrici, oltre alla possibile estensione della direttiva a nuovi comparti produttivi finora esclusi, come l’estrazione e la trasformazione dei minerali, comporterebbero investimenti insostenibili per molte aziende locali. Le imprese sarde, già penalizzate da costi di trasporto e di energia più elevati rispetto al resto della penisola, rischiano di non riuscire ad adeguarsi in tempi compatibili con la sostenibilità economica, mettendo a rischio centinaia di posti di lavoro.


Tra le realtà più esposte ci sono le centrali elettriche, gli stabilimenti chimici e metallurgici del Sulcis e della zona industriale di Porto Torres, che potrebbero essere costretti a ridurre la produzione o addirittura a chiudere in caso di inadempienza. Confindustria sottolinea come tali impianti siano già sottoposti a severi controlli ambientali e abbiano realizzato nel tempo significativi interventi di ammodernamento, ma l’inasprimento ulteriore delle soglie potrebbe rendere vano quanto fatto finora, imponendo nuove riconversioni troppo costose o tecnicamente impraticabili.


L’organizzazione degli industriali ha chiesto alla Regione Sardegna di prendere una posizione ufficiale e di aprire un tavolo di confronto con il Ministero dell’Ambiente e con i rappresentanti italiani in sede europea, per segnalare le peculiarità dell’isola e chiedere una maggiore flessibilità nell’applicazione delle norme. Il presidente di Confindustria Sardegna, Salvatore Cherchi, ha evidenziato la necessità di salvaguardare il tessuto industriale senza rinunciare alla sostenibilità, ma puntando su una transizione graduale e accompagnata da investimenti pubblici adeguati. In particolare, si propone di prevedere deroghe temporanee per gli impianti strategici e meccanismi di compensazione per le realtà produttive più esposte.


Anche il mondo sindacale guarda con preoccupazione all’evoluzione del quadro normativo. Le rappresentanze dei lavoratori di CGIL, CISL e UIL hanno espresso timori per le possibili ricadute occupazionali, chiedendo alla politica regionale di non sottovalutare l’impatto delle nuove regole sull’economia sarda. Secondo le stime elaborate da Unioncamere e da alcuni centri studi territoriali, una piena applicazione della direttiva, senza misure di mitigazione, potrebbe determinare la perdita di oltre 3.000 posti di lavoro diretti, con ricadute negative anche sull’indotto e sull’occupazione nei servizi collegati.


Il presidente della Regione Sardegna, Christian Solinas, ha dichiarato che l’amministrazione è pronta ad aprire un confronto con Bruxelles, pur ribadendo l’impegno dell’isola verso obiettivi ambientali ambiziosi. La Regione intende far valere il principio dell’insularità e la necessità di un approccio differenziato alle politiche ambientali europee, capace di tenere conto delle specificità territoriali e delle maggiori difficoltà strutturali delle isole nel processo di riconversione industriale.


La richiesta di Confindustria si inserisce in un dibattito più ampio che vede contrapporsi, a livello europeo, gli obiettivi di decarbonizzazione e tutela dell’ambiente da un lato, e la necessità di salvaguardare la competitività industriale e la coesione sociale dall’altro. Il nuovo impianto della direttiva sulle emissioni industriali prevede l’introduzione di limiti più rigidi e controlli rafforzati, con l’obiettivo di allineare tutti gli impianti europei ai cosiddetti BAT (Best Available Techniques), ovvero le tecniche migliori disponibili per contenere l’impatto ambientale. Tuttavia, in territori già colpiti da ritardi infrastrutturali e fragilità economiche, il rischio è che la direttiva si traduca in un ulteriore ostacolo alla tenuta del sistema produttivo.


Gli industriali sardi chiedono che vengano valorizzati i percorsi virtuosi già intrapresi da molte imprese, che hanno investito in tecnologie pulite, riduzione dei consumi energetici e gestione più efficiente dei rifiuti. Si propone inoltre che le risorse del Just Transition Fund, il fondo europeo pensato per accompagnare le regioni più esposte agli effetti della transizione ecologica, vengano utilizzate prioritariamente per sostenere l’adeguamento degli impianti sardi e per avviare progetti di reindustrializzazione in chiave sostenibile.


Anche il mondo accademico e scientifico ha avviato un confronto sull’impatto della nuova normativa. Il Dipartimento di Ingegneria ambientale dell’Università di Cagliari ha annunciato uno studio specifico sull’adattabilità delle industrie sarde ai nuovi standard ambientali europei, con l’obiettivo di fornire dati tecnici utili per la definizione di eventuali deroghe o proroghe. Nel frattempo, cresce la preoccupazione tra gli imprenditori, che chiedono certezze e tempi compatibili per l’attuazione delle nuove disposizioni. In mancanza di un piano strutturato di accompagnamento, l’entrata in vigore della direttiva potrebbe rappresentare un colpo duro per un’economia regionale che già sconta forti disequilibri rispetto al resto d’Italia.

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