Cattura e stoccaggio della CO₂, Ravenna diventa hub strategico per l’Europa: Eni guida la decarbonizzazione con l’appoggio del governo britannico
- piscitellidaniel
- 16 lug
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Il progetto di cattura e stoccaggio della CO₂ (CCS) promosso da Eni a Ravenna entra in una nuova fase di accelerazione, grazie all’inedita apertura del governo del Regno Unito a importare anidride carbonica catturata dal territorio britannico e stoccarla nei giacimenti esausti dell’Adriatico. Un passo destinato a rafforzare il ruolo dell’Italia nello scenario della transizione energetica europea, collocando il sito romagnolo tra i principali poli continentali per le tecnologie di abbattimento delle emissioni industriali.
L’annuncio, formalizzato attraverso un’interlocuzione tra il Ministero dell’Energia britannico e i vertici di Eni, conferma l’interesse del Regno Unito per una cooperazione bilaterale su una delle sfide più urgenti della politica climatica europea: decarbonizzare l’industria pesante e i settori hard-to-abate come cemento, acciaio e chimica. Con questo obiettivo, Londra ha incluso Ravenna tra le infrastrutture estere valutate come potenziali siti di stoccaggio per il carbonio catturato nel proprio territorio, soprattutto in considerazione dei ritardi accumulati nei progetti interni di CCS, come quelli del cluster Humber e del progetto Acorn in Scozia.
Il progetto di Ravenna, promosso da Eni con il supporto del governo italiano, prevede il riutilizzo di giacimenti di gas esauriti al largo della costa romagnola per ospitare fino a 500 milioni di tonnellate di CO₂ nel medio-lungo termine. In una prima fase, il sito sarà in grado di gestire circa 4 milioni di tonnellate annue, con l’ambizione di diventare una piattaforma logistica e industriale per tutta l’Europa meridionale. L’infrastruttura comprende un impianto di compressione e iniezione a terra, condotte sottomarine e sistemi di monitoraggio geofisico avanzato per garantire la sicurezza e la tracciabilità dello stoccaggio.
L’accordo con il Regno Unito segna una svolta geopolitica per il progetto: non più solo un hub nazionale, ma un nodo transfrontaliero nel sistema europeo della cattura e stoccaggio del carbonio. L’ipotesi di trasportare via nave o attraverso future interconnessioni pipeline la CO₂ dal Regno Unito a Ravenna è oggi al vaglio dei team tecnici, con l’obiettivo di definire entro il 2025 una cornice giuridica, logistica e commerciale per la cooperazione. In parallelo, Eni è al lavoro per consolidare la catena del valore CCS anche in Italia, in particolare nell’area padana e nella dorsale adriatica.
Dal punto di vista industriale, il progetto CCS di Ravenna è uno dei più avanzati in Europa. È inserito tra gli “IPCEI” – Progetti Importanti di Interesse Comune Europeo – riconosciuti dalla Commissione Europea e beneficia di un finanziamento nazionale di 550 milioni di euro nell’ambito del PNRR. L’iniziativa coinvolge partner pubblici e privati, tra cui grandi gruppi industriali, centri di ricerca e università, oltre alla collaborazione delle amministrazioni locali. I lavori di realizzazione delle infrastrutture sono già in corso e la prima iniezione sperimentale di CO₂ è prevista entro il 2025.
L’interesse del governo britannico per Ravenna riflette un più ampio riposizionamento strategico. Dopo la Brexit, Londra sta cercando di costruire nuovi partenariati industriali per garantire la propria decarbonizzazione in linea con gli impegni dell’Accordo di Parigi. I ritardi accumulati nei progetti domestici hanno spinto Downing Street a valutare soluzioni ibride, tra cui il ricorso a hub di stoccaggio esterni con elevati standard di sicurezza e una solida struttura industriale alle spalle. In questo contesto, il sito di Ravenna offre vantaggi evidenti: infrastrutture pronte, una lunga esperienza nella gestione di impianti offshore e un know-how tecnico maturato in decenni di attività estrattiva.
L’operazione ha anche un rilevante valore simbolico e politico. L’Italia, spesso considerata in ritardo nella transizione energetica rispetto a Germania, Francia o Paesi Bassi, si candida ora a giocare un ruolo da protagonista nella filiera delle tecnologie decarbonizzanti. Eni, dal canto suo, rafforza la propria immagine di attore globale nel campo dell’energia pulita, con investimenti rilevanti non solo nelle rinnovabili, ma anche in tecnologie di frontiera come la CCS e l’idrogeno low-carbon. Ravenna è destinata a diventare uno dei principali asset dell’azienda nel percorso di neutralità climatica al 2050.
Il potenziale economico è altrettanto rilevante. Secondo le stime del Politecnico di Milano e di RIE-Ricerche Industriali ed Energetiche, l’hub di Ravenna potrebbe generare oltre 5.000 posti di lavoro tra diretti e indiretti, attrarre investimenti privati per più di 2 miliardi di euro e contribuire a ridurre fino al 10% delle emissioni complessive del settore industriale italiano. Gli sviluppi logistici correlati, come la creazione di una flotta di navi per il trasporto della CO₂ e l’adeguamento dei terminali portuali, ampliano ulteriormente l’impatto sul tessuto produttivo nazionale.
Eni ha annunciato anche l’avvio di attività formative per creare competenze specifiche nel campo della cattura e stoccaggio del carbonio, con programmi sviluppati in collaborazione con istituti tecnici, università e enti di ricerca. L’obiettivo è formare una nuova generazione di tecnici, ingegneri e operatori in grado di gestire l’intera filiera della CCS, dall’impianto industriale alla logistica, fino al monitoraggio ambientale post-stoccaggio.
Il rafforzamento dell’hub di Ravenna si lega anche a dinamiche normative. La Commissione Europea ha incluso la CCS tra le tecnologie chiave per raggiungere la neutralità climatica e sta predisponendo una regolamentazione unificata per il trasporto transfrontaliero della CO₂, oggi ancora frammentata tra legislazioni nazionali. L’auspicio di Eni e del governo italiano è che la spinta derivante dal coinvolgimento del Regno Unito possa accelerare questo processo di armonizzazione normativa, creando un vero mercato europeo del carbon management. L’adesione britannica a questo network continentale renderebbe Ravenna un nodo infrastrutturale di prim’ordine, trasformando l’Italia da consumatore a fornitore di soluzioni ambientali per l’intera Europa.

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