Bioplastiche compostabili, filiera italiana in difficoltà: nel 2024 calo del 15% del fatturato, margini ridotti e allarme sulle importazioni sleali
- piscitellidaniel
- 19 giu
- Tempo di lettura: 3 min
Nel 2024 la filiera italiana delle bioplastiche compostabili ha registrato un calo significativo nel proprio fatturato, sceso a 704 milioni di euro con una contrazione del 15% rispetto al 2023. È il secondo anno consecutivo in cui il settore soffre una frenata, in controtendenza rispetto alla crescita che aveva caratterizzato l’ultimo decennio, sostenuta da politiche ambientali e da una maggiore sensibilità dei consumatori. A presentare il quadro aggiornato è stato il secondo Forum Italia sulle bioplastiche compostabili, promosso da Assobioplastiche e dal Consorzio Biorepack, che ha evidenziato come la tenuta dei volumi produttivi non sia bastata a garantire la sostenibilità economica delle imprese.
Il dato sui volumi mostra infatti una sostanziale stabilità, con una crescita dello 0,5%, ma a fronte di una riduzione sensibile del valore economico generato. Questo squilibrio tra quantità prodotte e fatturato è attribuito al crollo dei prezzi di mercato delle bioplastiche, determinato in gran parte da una concorrenza internazionale sempre più aggressiva. Le aziende italiane denunciano la presenza di importazioni a basso costo provenienti soprattutto da Paesi extra UE, in particolare dell’Asia, che avrebbero invaso il mercato con prodotti simili ma non sempre certificati o conformi agli standard europei.
Luca Bianconi, presidente di Assobioplastiche, ha definito la situazione “insostenibile”: secondo quanto riportato durante il Forum, oggi acquistare un prodotto finito di bioplastica da fornitori asiatici costa meno che comprare la materia prima sul mercato europeo. Questo squilibrio mina alla base la competitività dell’intera filiera nazionale, che ha investito ingenti risorse nella sostenibilità, nella tracciabilità e nella qualità certificata. Le aziende italiane, infatti, operano secondo standard stringenti di compostabilità, biodegradabilità e filiera controllata, che comportano costi strutturalmente superiori rispetto a quelli dei concorrenti non europei.
Le conseguenze si riflettono anche sul piano occupazionale. Alla fine del 2024 risultavano impiegati 2.913 addetti nel settore, con una leggera flessione del 2,2% rispetto al 2023. Si tratta del primo calo occupazionale registrato da oltre cinque anni, segno che la crisi dei margini inizia a produrre effetti anche sulla tenuta del lavoro. Le imprese, pur avendo mantenuto gli standard produttivi, si trovano a operare in un contesto di margini ridottissimi, nel quale diventa difficile sostenere investimenti, aggiornamenti tecnologici o il mantenimento delle attuali risorse umane.
Parallelamente, i consumi nazionali di manufatti in bioplastica compostabile sono calati dell’8%, in un contesto in cui anche la domanda dei principali settori applicativi (sacchetti per la spesa, imballaggi per la GDO, stoviglie compostabili, sacchetti per l’umido) mostra segnali di rallentamento. Una flessione attribuita non solo alla pressione sui prezzi ma anche alla confusione normativa e alla mancata attuazione di misure strutturali a sostegno dell’intero comparto. Le imprese del settore chiedono da tempo una strategia nazionale sulla bioeconomia circolare, in grado di garantire regole certe, controlli efficaci e incentivi selettivi.
Il paradosso, sottolineato da numerosi operatori, è che l’Italia rappresenta da anni un’eccellenza mondiale nel settore delle bioplastiche compostabili. Le aziende italiane sono tra le poche a disporre di intere filiere verticali integrate, dalla produzione di biopolimeri fino alla trasformazione in manufatti destinati alla raccolta differenziata e al compostaggio industriale. In parallelo, il nostro Paese è anche leader europeo nella raccolta dell’organico: nel 2023, secondo i dati del Consorzio Biorepack, oltre 5 milioni di tonnellate di rifiuti organici sono stati raccolti separatamente, con un tasso di intercettazione superiore al 70% al Centro-Nord.
Questo modello virtuoso, che integra la produzione di materiali compostabili con il trattamento degli scarti alimentari, rischia tuttavia di non essere più economicamente sostenibile. Senza una regolamentazione chiara a livello europeo e nazionale, la concorrenza di materiali pseudo-compostabili, privi di certificazioni rigorose e venduti a prezzi stracciati, rischia di disincentivare gli investimenti nelle bioplastiche realmente compostabili. Si assiste infatti a un fenomeno di “dumping ambientale”, in cui le regole più deboli applicate in Paesi terzi finiscono per generare vantaggi competitivi sleali.
A fronte di questo scenario, Assobioplastiche e Biorepack chiedono un rafforzamento immediato dei controlli da parte delle autorità doganali italiane ed europee, oltre all’adozione di sistemi di etichettatura obbligatoria per garantire la piena tracciabilità dei materiali. È inoltre richiesto un meccanismo di “carbon border adjustment” che applichi dazi ambientali a quei prodotti importati che non rispettano gli standard UE in termini di impatto climatico e sostenibilità della produzione. In mancanza di tali misure, l’intero comparto italiano rischia di perdere competitività in modo strutturale.
Il 2024, dunque, si chiude per il settore con un bilancio fortemente negativo sotto il profilo economico, ma che evidenzia anche la necessità di un intervento politico a tutela di una filiera considerata strategica per la transizione ecologica. La riduzione del fatturato, unita alla stagnazione della domanda interna e all’aumento delle importazioni sleali, configura un quadro di crisi che non può più essere gestito solo attraverso l’adattamento delle singole imprese. Il rischio, sempre più concreto, è che l’Italia perda il proprio ruolo di leadership nella bioeconomia circolare.

Commenti