Allarme dazi USA: l’effetto Trump potrebbe costare fino a 3,3 miliardi di euro al made in Italy
- piscitellidaniel
- 2 lug
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L’ombra dei dazi americani torna a minacciare il commercio internazionale e, in particolare, uno dei settori più forti e simbolici dell’economia italiana: il made in Italy. Secondo uno studio della Fondazione Edison, le misure protezionistiche che l’ex presidente Donald Trump potrebbe reintrodurre, qualora tornasse alla Casa Bianca, potrebbero generare un impatto negativo fino a 3,3 miliardi di euro sulle esportazioni italiane verso gli Stati Uniti. Un colpo duro, che rischia di colpire in modo trasversale i settori manifatturieri, agroalimentari e della moda, compromettendo un asse commerciale che negli ultimi anni è stato uno dei motori della crescita estera del sistema Italia.
La preoccupazione nasce dalla concreta possibilità che una nuova amministrazione Trump possa implementare dazi generalizzati sulle importazioni, nell’ambito di una strategia più ampia di rilancio della produzione interna americana. Già durante il suo primo mandato, il tycoon aveva imposto tariffe su acciaio, alluminio e alcuni beni europei in risposta alla vicenda Airbus-Boeing, scatenando una reazione a catena che ha pesato sugli scambi transatlantici. Il nuovo scenario prevede l’ipotesi, ancora più aggressiva, di dazi fino al 10% su tutti i prodotti importati, una misura che colpirebbe l’intero export europeo e, di riflesso, quello italiano.
Secondo l’analisi di Fondazione Edison, il danno complessivo per l’Unione Europea potrebbe sfiorare i 54 miliardi di euro, di cui il 6% ricadrebbe direttamente sull’Italia. Le proiezioni si basano sui flussi attuali di commercio e sulle tipologie di beni esportati, evidenziando come i comparti più vulnerabili siano quelli ad alto valore aggiunto, dove il made in Italy ha costruito la propria reputazione mondiale. L’enogastronomia, con vino, olio, formaggi e salumi, rappresenta uno dei fronti più esposti: gli Stati Uniti sono infatti il primo mercato extraeuropeo per molti prodotti DOP e IGP italiani, la cui competitività potrebbe essere gravemente compromessa da un aumento improvviso dei prezzi a scaffale.
Anche la moda e l’arredo-design, pilastri dell’export italiano, sono sotto osservazione. Il sistema moda, che include abbigliamento, calzature e accessori di lusso, ha registrato negli ultimi anni una crescita sostenuta negli USA, con una domanda trainata dalle grandi città e dal segmento premium. L’imposizione di dazi su questi prodotti potrebbe alterare gli equilibri di mercato, favorendo concorrenti di altri Paesi e riducendo i margini delle aziende italiane. L’arredo, altro settore simbolo del lifestyle italiano, potrebbe subire una battuta d’arresto dopo il boom degli ultimi anni, alimentato dalla domanda di prodotti di design di fascia alta.
Il comparto automobilistico, pur meno centrale per l’Italia rispetto ad altri Paesi europei, non è immune. Le auto di lusso, in particolare i modelli sportivi e personalizzati, rischiano di finire nel mirino delle misure protezionistiche, nonostante rappresentino una nicchia di mercato. Più significativa sarebbe invece l’incidenza su componentistica e macchinari industriali, un altro punto di forza dell’export italiano verso gli USA.
A complicare il quadro vi è l’incertezza politica legata alle prossime elezioni americane. La posizione dell’amministrazione Biden si è finora mostrata più morbida rispetto a quella del predecessore, ma alcune tensioni commerciali sono rimaste latenti. Il rischio che una nuova leadership repubblicana riporti in auge un’agenda protezionista è valutato con crescente attenzione sia a Bruxelles che a Roma, dove il Governo monitora con preoccupazione le possibili ripercussioni su settori già messi alla prova dalla crisi energetica e dall’instabilità geopolitica globale.
Le imprese italiane guardano con apprensione a questi sviluppi, soprattutto quelle che hanno investito negli anni in una presenza diretta sul mercato statunitense. Gli imprenditori chiedono un rafforzamento del dialogo tra UE e Stati Uniti per scongiurare un’escalation commerciale che danneggerebbe entrambe le sponde dell’Atlantico. Le associazioni di categoria, da Confindustria a Coldiretti, invocano una strategia europea coordinata per difendere gli interessi del manifatturiero e dell’agroalimentare di qualità.
La Commissione europea, da parte sua, ha già messo in agenda una revisione degli strumenti di difesa commerciale, nel tentativo di riequilibrare le relazioni con Washington senza rinunciare alla protezione degli interessi comunitari. Tuttavia, i margini di manovra sono stretti e dipenderanno molto dalle scelte della prossima amministrazione USA. In assenza di un accordo multilaterale o di un’intesa bilaterale rafforzata, l’Europa rischia di trovarsi nuovamente sotto pressione, come accaduto negli anni della “guerra dei dazi”.
La vicenda si intreccia inoltre con i nuovi scenari globali che vedono la Cina, l’India e altre economie emergenti guadagnare terreno nel commercio internazionale. Se gli USA dovessero alzare barriere verso l’Europa, le imprese italiane potrebbero essere costrette a riposizionare le proprie strategie di esportazione, puntando su mercati alternativi, ma con dinamiche spesso più complesse e meno prevedibili.
Il made in Italy si trova dunque di fronte a una potenziale crisi commerciale che, se non gestita con tempestività e fermezza a livello europeo, potrebbe tradursi in un arretramento competitivo in uno dei mercati più redditizi e influenti del pianeta. L’esito delle elezioni americane del 2024 potrebbe essere decisivo per comprendere se l’Italia dovrà affrontare nuove barriere al proprio export o potrà continuare a beneficiare di una relazione commerciale tra le più floride degli ultimi decenni.

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