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Rivalutazione delle partecipazioni e riduzione della convenienza fiscale


L’innalzamento dell’imposta sostitutiva sulla rideterminazione del costo fiscale delle partecipazioni dal 18 al 21 per cento incide in modo significativo sull’attrattività dell’istituto, riducendo drasticamente i casi in cui l’opzione risulta economicamente giustificata. Il nuovo livello di imposizione avvicina infatti la tassazione agevolata a quella ordinaria delle plusvalenze, fissata al 26 per cento, modificando in modo sostanziale il punto di equilibrio tra le due alternative. La soglia di indifferenza si colloca oggi su valori molto più elevati del passato, richiedendo che il valore rivalutato della partecipazione sia multiplo rilevante del costo fiscale originario affinché l’affrancamento produca un beneficio anche minimo.

La riduzione del differenziale tra imposta sostitutiva e tassazione ordinaria determina come effetto diretto la marginalizzazione dell’istituto per operazioni di importo medio o contenuto, confinando l’interesse alla rivalutazione a fattispecie caratterizzate da plusvalenze di ammontare assoluto particolarmente elevato. In questo contesto viene meno anche una delle principali criticità applicative emerse negli anni, rappresentata dal contenzioso in materia di abuso del diritto nelle cosiddette operazioni circolari, nelle quali la rivalutazione veniva utilizzata come strumento funzionale all’estrazione di riserve con imposizione attenuata, senza un reale disinvestimento.

La giurisprudenza di legittimità ha più volte qualificato tali schemi come produttivi di vantaggi fiscali indebiti, salvo il ricorrere di comprovate ragioni extrafiscali, mentre l’amministrazione finanziaria ha progressivamente attenuato l’originaria rigidità interpretativa, riconoscendo rilevanza a motivazioni economiche e organizzative prevalenti rispetto al mero risparmio d’imposta. L’attuale onerosità della rivalutazione rende tuttavia strutturalmente meno appetibile il ricorso a tali costruzioni, svuotandole di gran parte del potenziale vantaggio tributario.

A ciò si aggiunge la forte compressione dei benefici indiretti tradizionalmente collegati a operazioni straordinarie, quali la deducibilità degli interessi passivi e degli ammortamenti, oggi sottoposti a limiti stringenti, nonché l’elevato costo dell’affrancamento dei maggiori valori contabili, che assume una funzione prevalentemente di riallineamento tra valori civilistici e fiscali. Il quadro complessivo restituisce un sistema nel quale le operazioni circolari perdono la connotazione di strumenti di pianificazione fiscale aggressiva, lasciando spazio a valutazioni fondate su effettive esigenze economiche e organizzative delle imprese.

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