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Riso italiano in difficoltà: siccità, prezzi in calo e importazioni asiatiche mettono sotto pressione la filiera

11 set
Tempo di lettura: 3 min










Il riso italiano attraversa una delle fasi più difficili degli ultimi anni, stretto tra gli effetti della siccità, l'aumento dei costi di produzione, il crollo delle quotazioni e una concorrenza internazionale sempre più aggressiva. L'Italia rimane il principale produttore risicolo dell'Unione europea, con oltre la metà della produzione comunitaria e una superficie coltivata superiore ai 220 mila ettari, concentrata soprattutto tra Piemonte e Lombardia. Una leadership che non basta però a proteggere le aziende agricole da un mercato nel quale i prezzi riconosciuti ai produttori sono scesi rapidamente, mentre gli eventi climatici estremi rendono più complessa e costosa la gestione delle risaie.


A preoccupare maggiormente gli agricoltori è il deterioramento delle condizioni economiche. Nel corso della campagna alcune varietà hanno registrato diminuzioni delle quotazioni vicine o superiori al 30-40% rispetto all'anno precedente. Il Lungo B, per esempio, è passato da valori nell'ordine dei 520 euro alla tonnellata a livelli intorno ai 330 euro, mentre riduzioni significative hanno interessato anche produzioni pregiate come Arborio, Carnaroli e Vialone Nano. La diminuzione dei prezzi si accompagna a costi che rimangono elevati per energia, fertilizzanti, macchinari, manodopera e gestione dell'acqua, comprimendo progressivamente i margini delle imprese e aumentando il rischio di abbandono delle superfici meno redditizie.


Sul fronte produttivo pesa soprattutto la crisi idrica. Le temperature elevate e la maggiore irregolarità delle precipitazioni stanno modificando la gestione di una coltura tradizionalmente legata alla disponibilità di grandi quantità d'acqua. La siccità aumenta la competizione tra utilizzi agricoli, civili e industriali della risorsa e costringe i produttori a sperimentare nuove tecniche di irrigazione e varietà più resistenti allo stress idrico. A questo si aggiungono grandinate, ondate di calore e una maggiore esposizione ad alcune fitopatie. La risposta della filiera passa quindi anche attraverso ricerca genetica, innovazione agronomica e Tecniche di evoluzione assistita, considerate strumenti strategici per mantenere produttività e qualità in un clima sempre più instabile.


Alla pressione ambientale si aggiunge quella delle importazioni extraeuropee. Nei primi mesi del 2026 gli acquisti italiani di riso proveniente da Paesi terzi hanno registrato un incremento significativo: al 31 marzo i volumi avevano raggiunto circa 115.700 tonnellate, il 16% in più rispetto all'anno precedente. Tra i principali fornitori figurano India, Pakistan, Thailandia, Cambogia e Myanmar. A livello europeo il fenomeno assume dimensioni ancora maggiori e una quota rilevante del prodotto importato beneficia di condizioni tariffarie agevolate. È proprio questo meccanismo a essere contestato dalla filiera italiana, che denuncia una competizione con produzioni realizzate in contesti caratterizzati da costi e standard ambientali, sociali e produttivi differenti da quelli richiesti agli agricoltori dell'Unione.


Particolare attenzione viene riservata a Cambogia e Myanmar, tradizionalmente beneficiari di condizioni commerciali favorevoli per l'accesso al mercato europeo. Tra settembre 2025 e giugno 2026 le importazioni comunitarie di riso semilavorato e lavorato provenienti dai due Paesi hanno superato complessivamente le 407 mila tonnellate. La nuova disciplina europea sulle preferenze tariffarie introduce meccanismi destinati a contenere gli effetti di incrementi eccessivi delle importazioni, ma il settore italiano ritiene che le garanzie siano ancora insufficienti. Il timore è che grandi quantità di prodotto a prezzi competitivi continuino a esercitare una pressione al ribasso sulle quotazioni europee proprio mentre alle aziende agricole vengono richiesti investimenti crescenti per rispettare standard ambientali e climatici più rigorosi.


La situazione sta già producendo effetti sulle scelte degli agricoltori. Le stime circolate durante l'estate indicano una possibile riduzione delle superfici risicole italiane nell'ordine del 7-8%, equivalente a circa 18 mila ettari. Per alcune aziende, soprattutto nelle aree maggiormente esposte alla scarsità d'acqua, colture alternative possono diventare economicamente più convenienti. Una contrazione strutturale avrebbe conseguenze che andrebbero oltre il valore della produzione agricola: le risaie rappresentano infatti un elemento fondamentale del paesaggio e dell'equilibrio idrico di vaste aree della Pianura Padana e sostengono una filiera composta da aziende agricole, riserie, imprese sementiere, logistica e industria alimentare.


Le organizzazioni agricole chiedono quindi un intervento coordinato tra Italia e Unione europea, con politiche commerciali capaci di garantire condizioni di concorrenza più equilibrate e investimenti destinati alla gestione dell'acqua, alla ricerca e all'innovazione. La posta in gioco riguarda la capacità di conservare una leadership produttiva costruita in decenni di specializzazione e di difendere varietà che costituiscono una componente distintiva dell'agroalimentare nazionale. Tra cambiamento climatico e pressione delle importazioni, la competitività del riso italiano dipenderà sempre più dalla possibilità di coniugare protezione della filiera, innovazione tecnologica e sostenibilità economica delle aziende agricole.

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