Perché l’intelligenza artificiale spaventa più dei dazi le imprese italiane
- piscitellidaniel
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Tra i top manager italiani emerge una percezione sempre più netta: l’intelligenza artificiale rappresenta una fonte di incertezza e di timore superiore a quella generata dai dazi e dalle tensioni commerciali internazionali. Il dato che affiora dal confronto tra dirigenti d’impresa evidenzia un cambiamento profondo nel modo in cui vengono valutati i rischi per la competitività del sistema produttivo. Se in passato le barriere tariffarie e le politiche protezionistiche erano considerate le principali minacce esterne, oggi l’attenzione si sposta verso una trasformazione tecnologica che incide dall’interno sui modelli di business, sulle competenze e sull’organizzazione del lavoro.
L’intelligenza artificiale viene percepita come un fattore di discontinuità radicale, capace di ridisegnare interi settori in tempi molto rapidi. A differenza dei dazi, che producono effetti misurabili e in larga parte prevedibili sui costi e sui flussi commerciali, l’IA introduce un elemento di incertezza strutturale. Le imprese faticano a valutare l’impatto complessivo delle nuove tecnologie, sia in termini di opportunità sia di rischi, soprattutto in un contesto in cui l’evoluzione degli strumenti è più veloce della capacità di adattamento delle organizzazioni.
Uno dei principali fattori di preoccupazione riguarda la competitività. I top manager segnalano il rischio che l’adozione disomogenea dell’intelligenza artificiale possa ampliare il divario tra imprese grandi e piccole, tra chi dispone di risorse, dati e competenze e chi fatica a investire in innovazione. In un sistema produttivo come quello italiano, caratterizzato da una forte presenza di piccole e medie imprese, questo squilibrio viene vissuto come una minaccia concreta alla tenuta del tessuto industriale e alla capacità di competere sui mercati globali.
La questione delle competenze rappresenta un altro nodo centrale. L’introduzione dell’IA richiede profili professionali nuovi, capaci di integrare competenze tecnologiche, gestionali e strategiche. Molti dirigenti temono che il mercato del lavoro non sia pronto a fornire queste figure in numero sufficiente e che la riqualificazione del personale esistente proceda con troppa lentezza. A differenza dei dazi, che incidono sui prezzi e sui margini, l’intelligenza artificiale mette in discussione il capitale umano, elemento chiave per la crescita di lungo periodo.
L’IA solleva inoltre interrogativi sulla governance e sulla responsabilità. Le decisioni automatizzate, l’uso massiccio dei dati e la crescente autonomia dei sistemi intelligenti pongono problemi di controllo, trasparenza e affidabilità. I manager evidenziano il rischio di dipendenza da tecnologie sviluppate da pochi grandi operatori globali, spesso extraeuropei, con conseguenze sulla sovranità digitale e sulla sicurezza delle informazioni. Questo tipo di vulnerabilità viene percepito come più insidioso rispetto alle tensioni commerciali, perché agisce in modo silenzioso e strutturale.
Sul piano strategico, l’intelligenza artificiale viene vista come un fattore che può ridefinire le catene del valore, riducendo l’importanza di alcuni vantaggi competitivi tradizionali. Automazione avanzata, analisi predittiva e ottimizzazione dei processi possono spostare il baricentro della competitività verso chi controlla gli algoritmi e i dati, penalizzando modelli basati su competenze manifatturiere consolidate ma meno digitalizzate. Questa prospettiva genera un senso di urgenza e di incertezza che supera quello legato ai dazi, percepiti come strumenti ciclici e reversibili.
Il confronto tra IA e dazi mette in luce anche una differenza temporale. Le politiche protezionistiche sono spesso legate a fasi politiche specifiche e possono essere rinegoziate o attenuate nel tempo. L’intelligenza artificiale, al contrario, viene percepita come un processo irreversibile, destinato ad accelerare e a produrre effetti cumulativi. Questa asimmetria temporale contribuisce a spiegare perché i manager considerino l’IA una minaccia più profonda, che richiede risposte strategiche di lungo periodo piuttosto che misure difensive contingenti.
Il timore non si traduce però in un rifiuto dell’innovazione. Molti dirigenti riconoscono che l’intelligenza artificiale rappresenta anche una grande opportunità per aumentare produttività, efficienza e capacità di innovazione. La paura nasce piuttosto dalla consapevolezza di non essere sufficientemente preparati a governare il cambiamento. In questo senso, l’IA viene percepita come uno stress test per il sistema industriale italiano, chiamato a colmare rapidamente ritardi tecnologici e organizzativi.
Il confronto emerso tra i top manager segnala infine un’esigenza di politiche industriali più incisive. Formazione, incentivi agli investimenti, sostegno alla ricerca e sviluppo e definizione di regole chiare sull’uso dell’intelligenza artificiale vengono indicati come elementi indispensabili per ridurre l’incertezza e trasformare la paura in leva di competitività. L’IA, più dei dazi, mette in gioco il futuro stesso del modello produttivo, costringendo le imprese a interrogarsi non solo su come difendersi dai rischi esterni, ma su come reinventarsi in un’economia sempre più guidata dalla tecnologia.

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