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Pensioni, torna la stretta sull’adeguamento all’inflazione e parte il cantiere per rilanciare la previdenza integrativa

La questione previdenziale torna al centro del dibattito politico con l’apertura di due fronti paralleli destinati ad avere un impatto significativo sui lavoratori attuali e futuri. Da un lato, il nuovo taglio all’indicizzazione delle pensioni rispetto all’inflazione reale per il 2025; dall’altro, il rilancio della previdenza integrativa come strumento per garantire trattamenti più adeguati in futuro. Entrambe le direttrici emergono con forza dal Documento di economia e finanza, che ha tracciato la cornice per la prossima manovra economica d’autunno, ma che già oggi impone riflessioni e allarmi nel mondo sindacale e tra gli esperti del settore.


Il primo elemento di rilievo riguarda l’adeguamento delle pensioni all’inflazione. Il meccanismo di rivalutazione, previsto dalla normativa vigente per tutelare il potere d’acquisto delle pensioni, sarà nuovamente oggetto di una stretta. Nel 2025, l’indicizzazione sarà effettuata sulla base di un’inflazione stimata al 2,6%, mentre la crescita media effettiva dei prezzi per il 2023 — che costituisce il parametro di riferimento — era pari al 5,9%. L’operazione comporterà una rivalutazione parziale che interesserà solo le pensioni fino a quattro volte il trattamento minimo Inps, con percentuali decrescenti fino ad annullarsi per gli assegni più alti. Per i pensionati, si tradurrà in una perdita reale del potere d’acquisto, che nei casi meno tutelati potrà superare i 1.000 euro annui.


La misura, che si inserisce nella logica di contenimento della spesa pubblica, è stata giustificata dal Governo con la necessità di mantenere gli equilibri di bilancio in vista della riforma del Patto di stabilità europeo. Tuttavia, non sono mancate le critiche. I sindacati dei pensionati hanno espresso forte contrarietà, definendo la nuova rivalutazione come un’ulteriore penalizzazione per una fascia di popolazione già esposta agli aumenti dei beni di prima necessità. Secondo Spi-Cgil, Fnp-Cisl e Uilp-Uil, il taglio all’indicizzazione rappresenta un colpo alla dignità dei pensionati e mina la fiducia nel sistema.


Parallelamente, l’esecutivo ha annunciato l’apertura di un tavolo tecnico-politico per rilanciare la previdenza integrativa. Il nuovo “cantiere” prevede una revisione complessiva degli strumenti oggi disponibili per incentivare la costruzione di un secondo pilastro previdenziale, da affiancare a quello pubblico. Il tema è cruciale, alla luce della crescente difficoltà del sistema a garantire in futuro trattamenti pensionistici adeguati, soprattutto per le giovani generazioni e i lavoratori discontinui.


Tra le proposte al vaglio figurano nuovi incentivi fiscali per chi aderisce a fondi pensione, il rafforzamento dei meccanismi di adesione automatica (opt-out) e una maggiore trasparenza sugli strumenti di investimento. Inoltre, si valuta l’ipotesi di rendere più efficiente il silenzio-assenso nella destinazione del Trattamento di fine rapporto (TFR), in modo da convogliare maggiori risorse verso i fondi complementari, soprattutto per i neoassunti. Le stime indicano che solo un lavoratore su tre aderisce oggi a un fondo di previdenza integrativa, con ampie disparità tra settori e territori.


Il Governo punta anche a coinvolgere le parti sociali e gli enti bilaterali per favorire una maggiore diffusione dei fondi negoziali, considerati più stabili e vantaggiosi rispetto a quelli aperti o individuali. I dati della Covip (Commissione di vigilanza sui fondi pensione) evidenziano un rallentamento delle adesioni nell’ultimo biennio, in parte dovuto alla perdita di fiducia degli iscritti e all’incertezza economica che spinge molti lavoratori a privilegiare il reddito immediato rispetto al risparmio previdenziale.


In questo contesto, si apre anche la questione del coordinamento tra previdenza pubblica e integrativa. Il rischio, secondo alcuni osservatori, è che la progressiva erosione del primo pilastro possa scaricare eccessive aspettative sul secondo, che però non ha ancora raggiunto una massa critica sufficiente a garantire prestazioni adeguate su larga scala. Da qui la necessità di rafforzare la governance dei fondi, migliorare la rendicontazione delle performance e avviare campagne informative più incisive.


L’intervento normativo dovrebbe vedere la luce nella legge di bilancio 2025, ma il confronto tra Governo e parti sociali sarà decisivo per definire i contenuti. Al momento, l’esecutivo non ha fornito cifre ufficiali sulle eventuali coperture da destinare agli incentivi per i fondi pensione, ma ha ribadito la volontà di procedere con una strategia di medio periodo, che guardi al riequilibrio del sistema in chiave sostenibile.


Anche il versante europeo entra in gioco, poiché la Commissione UE ha più volte sollecitato i Paesi membri a promuovere strumenti di previdenza privata per alleggerire la pressione sui bilanci pubblici. In tale ottica, l’Italia risulta in ritardo rispetto ad altri Paesi dell’area euro, sia in termini di adesioni sia in quanto a rendimento medio delle posizioni previdenziali. Secondo l’ultimo rapporto OCSE, il gap tra pensione pubblica e livello retributivo per i nati dopo il 1990 potrebbe raggiungere il 30%, rendendo urgente un’azione strutturale.


Infine, la discussione sull’adeguamento all’inflazione ha riacceso il dibattito sulla perequazione automatica, meccanismo introdotto per legge ma ormai sottoposto ciclicamente a deroghe o tagli. In particolare, le fasce pensionistiche superiori a cinque volte il minimo risultano sempre più penalizzate, alimentando un contenzioso potenziale che già in passato ha prodotto ricorsi giurisdizionali, alcuni dei quali sfociati in sentenze della Corte Costituzionale. Anche in questa occasione, non è escluso che l’intervento venga contestato sul piano della legittimità, soprattutto se non accompagnato da adeguate misure compensative per i redditi medi.

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