Pensioni, assegni più bassi nel lungo periodo: chi lascia oggi percepisce l’81,5%, nel 2060 il tasso scende al 64,8%
- piscitellidaniel
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Il sistema pensionistico italiano si confronta con una prospettiva di progressiva riduzione del tasso di sostituzione, ossia del rapporto tra l’ultima retribuzione percepita e l’assegno previdenziale, in un quadro che evidenzia come chi accede oggi alla pensione possa contare mediamente su un valore pari all’81,5% del proprio reddito da lavoro, mentre le proiezioni indicano per il 2060 un livello attorno al 64,8%. La dinamica è strettamente collegata all’evoluzione demografica, all’allungamento dell’aspettativa di vita e al pieno dispiegarsi del metodo contributivo, che lega in modo diretto l’importo della pensione ai contributi effettivamente versati nel corso della carriera lavorativa. Il progressivo abbassamento del tasso di sostituzione rappresenta una delle principali sfide strutturali per il sistema previdenziale italiano, già caratterizzato da un’incidenza della spesa sul prodotto interno lordo tra le più elevate in Europa.
L’Italia si colloca infatti al primo posto nell’Unione europea per livello di spesa previdenziale in rapporto al Pil, un dato che riflette sia la struttura demografica del Paese sia le caratteristiche storiche del sistema pensionistico. L’invecchiamento della popolazione e la riduzione del numero di lavoratori attivi rispetto ai pensionati esercitano una pressione crescente sui conti pubblici, rendendo necessario un equilibrio delicato tra sostenibilità finanziaria e adeguatezza delle prestazioni. Le riforme introdotte negli ultimi decenni hanno progressivamente rafforzato il principio contributivo e innalzato l’età di accesso al pensionamento, con l’obiettivo di contenere la dinamica della spesa nel lungo periodo. Tuttavia, il pieno effetto di tali interventi si traduce in assegni più contenuti per le generazioni future, soprattutto in presenza di carriere discontinue o caratterizzate da periodi di inattività.
La riduzione del tasso di sostituzione prevista per il 2060 pone interrogativi sulla capacità del sistema di garantire livelli di reddito adeguati agli anziani, in particolare per le fasce di lavoratori con redditi medio-bassi o con storie contributive frammentate. L’incremento della previdenza complementare e l’adesione a fondi pensione integrativi rappresentano strumenti che possono attenuare l’impatto della contrazione degli assegni pubblici, ma la diffusione di tali soluzioni resta ancora parziale rispetto al potenziale fabbisogno futuro. Il quadro demografico, con una natalità in calo e un aumento dell’aspettativa di vita, rende complesso mantenere inalterati i livelli di copertura senza incidere ulteriormente sui parametri di accesso o sull’entità delle prestazioni.
La centralità della spesa previdenziale nel bilancio pubblico italiano impone una riflessione continua sulle politiche di lungo periodo, in un contesto europeo in cui i sistemi pensionistici stanno affrontando trasformazioni analoghe ma con intensità diverse. Il dato relativo al calo del tasso di sostituzione evidenzia come il peso della transizione demografica e delle riforme strutturali si distribuisca in modo differenziato tra generazioni, con un impatto più marcato sui lavoratori che matureranno il diritto alla pensione nei prossimi decenni. Il tema delle pensioni si conferma così uno snodo cruciale per la sostenibilità economica e sociale del Paese, intrecciando equilibri di finanza pubblica, dinamiche occupazionali e prospettive di reddito per le future generazioni di pensionati.

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