top of page

Imprese italiane, il capitale che manca alla crescita: il risparmio guarda a Bot e Btp mentre le startup cercano fondi

7 set
Tempo di lettura: 3 min

L’Italia continua a dimostrare di saper creare nuove imprese innovative, ma incontra maggiori difficoltà quando queste aziende devono trovare i capitali necessari per crescere. È uno dei nodi strutturali dell’economia nazionale: il Paese dispone di un’enorme capacità di risparmio e di competenze imprenditoriali riconosciute, ma una parte ancora limitata delle risorse finanziarie viene indirizzata verso il capitale di rischio. Il problema diventa particolarmente rilevante mentre si avvicina la conclusione della fase straordinaria degli investimenti legati al Pnrr e torna centrale la necessità di aumentare stabilmente produttività e crescita. Senza un mercato dei capitali più profondo, molte aziende promettenti rischiano infatti di trovare all’estero le risorse indispensabili per compiere il salto dimensionale.


I numeri del venture capital mostrano contemporaneamente progressi e ritardi. Nel 2025 gli investimenti italiani nel settore sono aumentati del 32%, raggiungendo un valore compreso tra 1,5 e 1,7 miliardi di euro. La crescita è significativa, ma il confronto internazionale evidenzia una distanza ancora molto ampia. Gli investimenti in venture capital equivalgono in Italia a circa lo 0,07% del Pil, contro lo 0,22% della Francia, lo 0,16% della Spagna e lo 0,15% della Germania. Ancora più evidente è il confronto con il Regno Unito, capace di mobilitare in appena sei mesi circa 14,4 miliardi di sterline, quasi 17 miliardi di euro. Non manca quindi la crescita dell’ecosistema italiano, ma manca ancora la massa finanziaria necessaria per competere con i principali mercati europei.


La capacità di generare imprese di valore, del resto, non sembra essere il problema principale. L’ecosistema italiano ha prodotto 15 unicorni, cioè startup valutate tra uno e dieci miliardi, e due società capaci di superare la soglia dei dieci miliardi. Nomi come Satispay, Domyn e Namirial testimoniano l’esistenza di competenze tecnologiche e imprenditoriali capaci di sviluppare progetti competitivi. Il punto critico emerge quando un’azienda supera la fase iniziale e deve finanziare un’espansione molto più costosa. È proprio in questo passaggio che la disponibilità domestica di capitale tende a ridursi e diventano determinanti grandi fondi internazionali, investitori istituzionali stranieri o l’accesso ai mercati finanziari esteri.


La stessa Banca d’Italia ha evidenziato come il mercato italiano dei fondi specializzati nel capitale di rischio rimanga meno sviluppato rispetto a quello delle principali economie concorrenti. Le risorse risultano relativamente più disponibili nelle fasi iniziali, mentre diventano insufficienti quando l’impresa deve trasformarsi da realtà promettente in gruppo capace di operare su scala industriale. Si crea così un vero collo di bottiglia: idee, tecnologia e imprenditori nascono in Italia, mentre una parte della crescita viene finanziata altrove. Il rischio è che insieme ai capitali si spostino progressivamente anche centri decisionali, competenze e opportunità occupazionali ad alto valore aggiunto.


Alla base del fenomeno c’è anche la tradizionale composizione del risparmio italiano, fortemente orientata verso immobili, depositi, obbligazioni e titoli pubblici. Bot e Btp svolgono naturalmente una funzione essenziale nel finanziamento dello Stato e rispondono alle esigenze di molti risparmiatori che privilegiano strumenti percepiti come più semplici e meno rischiosi. La questione è però se il sistema degli incentivi possa essere riequilibrato per favorire anche una maggiore partecipazione al finanziamento dell’economia produttiva. Non si tratta di spingere indiscriminatamente le famiglie verso investimenti rischiosi, ma di costruire strumenti diversificati, trasparenti e fiscalmente efficienti che consentano di destinare una quota del risparmio di lungo periodo alle imprese.


Un ruolo decisivo potrebbe essere svolto dagli investitori istituzionali, dalle assicurazioni ai fondi pensione, insieme a fondi specializzati sufficientemente grandi da accompagnare le aziende durante tutte le fasi della crescita. Anche gli strumenti pubblici possono avere una funzione di catalizzatore, attirando capitali privati senza sostituirsi al mercato. Il modello dovrebbe puntare sulla diversificazione del rischio e su incentivi semplici, evitando una frammentazione di misure che renda difficile per imprese e investitori orientarsi. In questa direzione si inserisce anche il dibattito europeo sulla mobilitazione del risparmio privato verso investimenti produttivi e innovazione.


La posta in gioco supera il perimetro delle startup. Un sistema finanziario capace di sostenere imprese giovani e innovative significa favorire ricerca, digitalizzazione, occupazione qualificata e aumento della produttività. L’Italia dispone di risparmio e continua a generare iniziative imprenditoriali competitive, ma la distanza tra queste due risorse resta uno dei principali ostacoli alla crescita. Rendere più conveniente e accessibile l’investimento nell’economia reale, accanto alla tradizionale protezione accordata al risparmio obbligazionario, potrebbe contribuire a trattenere nel Paese una quota maggiore del valore creato dalle nuove imprese e offrire loro capitali italiani anche quando arriva il momento di diventare grandi.

Commenti


Le ultime notizie

bottom of page