Ex Ilva, sciopero di 24 ore e blocchi stradali: a Taranto esplode la protesta dell’indotto

La crisi dell’ex Ilva di Taranto torna a trasformarsi in protesta. I lavoratori delle aziende dell’appalto e dell’indotto hanno proclamato 24 ore di sciopero, accompagnate dal blocco di alcune delle principali arterie stradali intorno allo stabilimento siderurgico. La mobilitazione, decisa dopo un’assemblea davanti alla portineria imprese, è iniziata alle 9 del 14 settembre e proseguirà fino alle 7 del giorno successivo. A promuoverla sono Fim, Fiom, Uilm e Usb, che chiedono interventi immediati per evitare che la nuova fase della vertenza industriale si trasformi in una crisi occupazionale di vaste dimensioni. I lavoratori hanno occupato la strada provinciale per Statte, mentre è stato annunciato anche un blocco sulla statale in direzione Bari.
Al centro della protesta c’è il rischio di oltre 2.500 licenziamenti nelle imprese che operano nell’indotto del siderurgico. Le procedure riguardano lavoratori appartenenti a 28 aziende e sono tornate al centro della vertenza dopo la decisione della Corte d’Appello civile di Milano sul futuro dell’area a caldo. Per le organizzazioni sindacali la situazione richiede misure straordinarie, capaci di garantire non soltanto il reddito delle persone coinvolte ma anche la continuità delle attività industriali e delle aziende fornitrici. L’indotto rappresenta infatti una componente essenziale del sistema produttivo tarantino: manutenzioni, trasporti, pulizie industriali, forniture e numerosi servizi dipendono direttamente dall’operatività dell’impianto.
A rendere ancora più complesso il quadro è la decisione della Corte d’Appello di Milano, che ha respinto la richiesta di sospendere il provvedimento con cui era stato ordinato lo stop dell’area a caldo dello stabilimento. La fermata dovrà essere attuata entro il 28 ottobre 2026. I giudici hanno posto al centro del provvedimento la tutela della salute, ritenendola prevalente rispetto alle esigenze legate alla prosecuzione dell’attività d’impresa. Acciaierie d’Italia e Ilva, entrambe in amministrazione straordinaria, avevano chiesto la sospensione evidenziando il rischio di conseguenze gravi sugli impianti e sull’occupazione. Il rigetto ha però riaperto immediatamente il problema della gestione industriale del sito e del destino delle migliaia di lavoratori direttamente o indirettamente collegati alla produzione.
La prospettiva dello spegnimento dell’area a caldo modifica infatti l’intero equilibrio produttivo dell’ex Ilva. Il problema non riguarda esclusivamente Taranto, perché gli stabilimenti del gruppo situati nel Nord Italia dipendono dai semilavorati provenienti dalla Puglia. A Genova Cornigliano, così come a Novi Ligure e Racconigi, la disponibilità delle scorte diventa quindi un elemento decisivo per garantire la continuità delle lavorazioni. L’eventuale interruzione dei flussi di materiale potrebbe estendere gli effetti della crisi ad altri territori e aumentare il numero dei dipendenti coinvolti dagli ammortizzatori sociali. La vertenza assume così una dimensione nazionale e riguarda direttamente uno dei principali settori strategici dell’industria italiana.
La mobilitazione dell’indotto arriva inoltre alla vigilia di un nuovo confronto tra Governo e sindacati, previsto per il 15 settembre. Le organizzazioni dei lavoratori chiedono garanzie occupazionali, tutela del reddito, blocco delle procedure di licenziamento e soprattutto un piano industriale capace di indicare quale futuro venga immaginato per il polo siderurgico. Il timore è che una gestione basata prevalentemente sulla cassa integrazione e sugli interventi emergenziali possa accompagnare un progressivo ridimensionamento dello stabilimento senza risolvere i problemi strutturali. Sullo sfondo rimane anche la ricerca di nuovi investitori e la necessità di conciliare produzione dell’acciaio, decarbonizzazione, risanamento ambientale e sostenibilità economica degli impianti.
Per Taranto la questione assume inevitabilmente anche una dimensione sociale. Il siderurgico e il suo indotto coinvolgono migliaia di famiglie e alimentano una rete di piccole e medie imprese che negli anni ha sviluppato competenze fortemente specializzate. Una contrazione improvvisa delle attività potrebbe quindi produrre conseguenze ben oltre i cancelli della fabbrica. Allo stesso tempo, le decisioni giudiziarie ribadiscono la centralità della tutela della salute e dell’ambiente, rendendo sempre più urgente individuare una soluzione industriale capace di superare la contrapposizione che per decenni ha segnato la storia dell’impianto. Lo sciopero e i blocchi stradali riportano così al centro la richiesta dei lavoratori: tempi certi, risorse adeguate e una prospettiva industriale che chiarisca quale ruolo potrà ancora avere Taranto nella siderurgia italiana.





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