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Ex Ilva, battaglia legale sullo stop dell’area a caldo: cittadini e azienda si sfidano davanti ai giudici

8 set
Tempo di lettura: 3 min

Si sposta nuovamente nelle aule giudiziarie il futuro dell’ex Ilva di Taranto. Il 9 settembre la Corte d’Appello di Milano è chiamata a esaminare le istanze con cui Acciaierie d’Italia e Ilva, entrambe in amministrazione straordinaria, chiedono di sospendere l’efficacia del provvedimento che impone la fermata dell’area a caldo entro la fine di ottobre. Il decreto, adottato dalla Corte d’Appello il 9 luglio 2026 e reso operativo con il provvedimento del 27 luglio, ha accolto il reclamo di un gruppo di cittadini tarantini, disponendo lo stop delle attività siderurgiche a caldo entro 90 giorni e subordinando la ripresa alla completa bonifica dell’amianto e alla riduzione delle emissioni di polveri sottili. Sul tavolo si confrontano così due esigenze difficilmente conciliabili: la tutela della salute e dell’ambiente e la salvaguardia di uno dei maggiori complessi industriali italiani.


Gli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano, che rappresentano undici cittadini di Taranto, tra i quali un minore, hanno depositato le proprie memorie chiedendo il rigetto della sospensiva presentata dalle amministrazioni straordinarie. Secondo i ricorrenti, il danno prospettato dalle società in caso di spegnimento degli impianti non avrebbe caratteristiche tali da prevalere sui rischi per la popolazione. La posizione dei legali è netta: gli impianti industriali possono essere ripristinati o sostituiti, mentre eventuali conseguenze sulla vita e sulla salute delle persone non possono essere considerate reversibili. La difesa contesta inoltre l’idea secondo cui la fermata determinerebbe necessariamente un punto di non ritorno tecnico, richiamando precedenti periodi di inattività e gli episodi che hanno interessato gli impianti.


Sul fronte opposto, Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria respinge l’impostazione dei ricorrenti e considera errata la ricostruzione relativa ai rischi ambientali e alle prescrizioni applicabili allo stabilimento. L’azienda sostiene, tra l’altro, che nell’attuale quadro normativo europeo del settore siderurgico non esistano specifiche conclusioni sulle migliori tecniche disponibili o autorizzazioni integrate ambientali che stabiliscano limiti alle emissioni di PM10 e PM2,5 ai camini nei termini prospettati nella controversia. L’eventuale introduzione di nuovi valori limite richiederebbe, secondo la società, un autonomo procedimento di riesame dell’Autorizzazione integrata ambientale, con tempi incompatibili con la scadenza dei 90 giorni fissata dal provvedimento giudiziario.


Un altro punto di scontro riguarda la Valutazione di impatto sanitario. Acciaierie d’Italia contesta la tesi secondo cui le valutazioni dell’Istituto superiore di sanità avrebbero sostanzialmente smentito il documento predisposto dal gestore. La società sottolinea che la valutazione costituisce parte dell’Aia del 4 agosto 2025 e che la successiva nota dell’Istituto superiore di sanità del 26 febbraio 2026 avrebbe formulato richieste di approfondimento soltanto su alcuni aspetti specifici. Su questi temi è stato avviato un tavolo tecnico che coinvolge il gestore, l’Iss, il Ministero dell’Ambiente e gli altri enti competenti. È proprio sulla diversa interpretazione del quadro tecnico e sanitario che si concentra una parte sostanziale della battaglia giudiziaria.


La vicenda assume una dimensione ancora più delicata per le conseguenze industriali e occupazionali. Lo spegnimento dell’area a caldo avrebbe effetti immediati non soltanto sull’ex Ilva, ma sull’intera filiera dell’acciaio collegata allo stabilimento di Taranto. Ventotto imprese associate ad Aigi hanno già annunciato procedure di licenziamento collettivo che coinvolgono circa 2.500 lavoratori, mentre Confapi ha stimato per le proprie aziende ulteriori conseguenze per circa 1.700 addetti, tra possibili licenziamenti e ricorso agli ammortizzatori sociali. L’incertezza sugli impianti si riflette inoltre sui potenziali investitori interessati al futuro del complesso siderurgico e sulle prospettive degli altri siti collegati al sistema ex Ilva.


Anche la Regione Puglia si è costituita davanti alla Corte d’Appello, rimettendo ai giudici la valutazione sulle misure necessarie e ribadendo l’obiettivo della completa decarbonizzazione dello stabilimento, insieme alla tutela della salute, dell’ambiente e del lavoro. Parallelamente il Governo ha convocato a Palazzo Chigi enti locali, associazioni imprenditoriali e organizzazioni sindacali per affrontare una situazione nella quale il calendario giudiziario si intreccia ormai direttamente con quello industriale. L’eventuale conferma dello stop imporrebbe infatti decisioni rapide sulla gestione degli impianti, sulle forniture e sugli ammortizzatori sociali, mentre una sospensione del decreto concederebbe ulteriore tempo per individuare una soluzione capace di garantire continuità produttiva e rispetto delle prescrizioni ambientali.


La partita sull’ex Ilva resta quindi sospesa tra diritto, salute pubblica e politica industriale. Alla Corte d’Appello spetta ora valutare se le conseguenze prospettate dalle amministrazioni straordinarie siano sufficienti per fermare temporaneamente l’esecuzione del decreto oppure se debba prevalere la richiesta dei cittadini di mantenere la scadenza prevista per l’area a caldo. Sullo sfondo rimane una questione che supera la singola udienza: individuare un assetto industriale capace di rendere compatibili la produzione dell’acciaio, la tutela sanitaria e ambientale e la continuità occupazionale di migliaia di lavoratori.

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