Ex consiglieri Usa accusano Netanyahu, lo scontro politico si riflette sul rapporto con Washington
- piscitellidaniel
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Le dichiarazioni di alcuni ex consiglieri statunitensi contro Benjamin Netanyahu aprono un nuovo fronte nel dibattito sul rapporto tra Israele e Stati Uniti, mettendo in discussione la narrazione portata avanti dal primo ministro israeliano negli ultimi mesi. L’accusa di mentire sul reale atteggiamento di Washington e sull’atteggiamento dell’amministrazione americana segna un passaggio politico rilevante, perché arriva da figure che hanno operato all’interno dell’apparato decisionale statunitense e che rivendicano una conoscenza diretta delle dinamiche tra i due Paesi. Al centro dello scontro c’è il ruolo giocato dagli Stati Uniti nel sostenere Israele e la rappresentazione pubblica di questo sostegno nel dibattito politico interno israeliano.
Secondo gli ex consiglieri, la linea adottata da Netanyahu tende a minimizzare o distorcere il contributo fornito dall’amministrazione Biden, alimentando una lettura conflittuale dei rapporti bilaterali che non troverebbe riscontro nei fatti. Il sostegno politico, militare e diplomatico garantito da Washington viene indicato come un elemento strutturale della relazione, che avrebbe contribuito in modo decisivo a rafforzare la posizione israeliana sul piano internazionale. In questa prospettiva, le critiche rivolte agli Stati Uniti e al presidente Biden vengono lette come una scelta funzionale alla politica interna israeliana, più che come una fotografia fedele delle relazioni tra i due alleati.
Il nodo centrale riguarda il modo in cui la leadership israeliana utilizza il rapporto con Washington nel confronto politico interno e internazionale. Gli ex consiglieri sottolineano come l’amministrazione Biden abbia mantenuto un sostegno costante, pur esprimendo in alcune fasi riserve e richieste di moderazione. Questa distinzione viene ritenuta essenziale per comprendere la natura dell’alleanza, che non si fonda su un appoggio incondizionato ma su un equilibrio tra interessi strategici, valori condivisi e divergenze gestite attraverso il dialogo. La rappresentazione di un’America ostile o ambigua viene quindi contestata come una semplificazione che rischia di danneggiare il rapporto nel lungo periodo.
Lo scontro verbale mette in evidenza anche le tensioni crescenti tra la politica israeliana e una parte dell’establishment statunitense, che guarda con preoccupazione ad alcune scelte del governo di Tel Aviv. Le parole degli ex consiglieri riflettono un disagio che non riguarda solo la gestione di specifici dossier, ma il modo in cui il legame storico tra i due Paesi viene utilizzato come strumento di consenso. In questo quadro, l’invito a “ringraziare Biden” assume un significato politico preciso, perché richiama l’idea di una relazione che continua a reggersi su un sostegno concreto, nonostante le tensioni e le divergenze.
La presa di posizione degli ex consiglieri Usa contribuisce infine ad alimentare un dibattito più ampio sul futuro delle relazioni tra Israele e Stati Uniti. Il rapporto resta centrale per entrambi i Paesi, ma appare sempre più condizionato da dinamiche politiche interne e da una comunicazione pubblica che tende a esasperare i contrasti. Le accuse rivolte a Netanyahu indicano che una parte del mondo politico americano non è disposta ad accettare una narrazione che metta in ombra il ruolo svolto da Washington, aprendo uno spazio di confronto che rischia di incidere sulla solidità dell’alleanza nel tempo.

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