Anno giudiziario 2026, inaugurazioni all’insegna delle polemiche sulla riforma
- Luca Baj

- 3 giorni fa
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Toghe e governo alzano i toni sulla separazione delle carriere, tra richiami all’indipendenza e accuse di strumentalizzazione
Le inaugurazioni dell’Anno giudiziario hanno assunto il tono di un confronto frontale sulla riforma dell’ordinamento giudiziario e sul referendum che la accompagnerà. Nel cuore della cerimonia della Suprema Corte, il Primo Presidente Pasquale D’Ascola ha richiamato i principi di autonomia e indipendenza della magistratura come garanzie per i cittadini, legandoli alla necessità di un giudice sempre imparziale e di un sistema capace di dare tutela effettiva ai diritti.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha risposto con toni altrettanto netti. Ha respinto l’idea che la riforma nasconda la volontà di ricondurre il pubblico ministero sotto l’Esecutivo, definendo “blasfeme” le letture che attribuiscono all’intervento un intento di compressione dell’indipendenza. Per Nordio la riforma non nasce né per punire le toghe né per rafforzare il governo, ma per completare l’assetto del processo penale di impronta accusatoria e rafforzare la chiarezza dei ruoli. L’attribuzione di un secondo fine politico, ha insistito, finirebbe per essere irrispettosa verso il Parlamento.
Dal fronte dei magistrati, però, il messaggio è stato di chiusura. Nelle relazioni lette nei distretti giudiziari, il presidente Giuseppe Ondei ha sostenuto che la riforma non lascerebbe tracce positive sul sistema e ha contestato l’argomento secondo cui i giudici sarebbero poco terzi perché “appiattiti” sulle richieste del collega pubblico ministero. Se quella rappresentazione fosse reale, ha osservato, si sarebbe di fronte a un’emergenza per lo Stato di diritto, ma non risulterebbe confermata da rilievi di organismi internazionali.
Anche la procuratrice generale Francesca Nanni ha parlato di sostanziale inutilità dell’intervento rispetto alle carenze più gravi della giustizia, evocando il dubbio di un’operazione dal carattere prevalentemente punitivo. Nel mirino, soprattutto, la scelta di concentrare tempo e risorse sulla separazione delle carriere, mentre restano aperti i nodi dell’effettività della pena, dell’organizzazione degli uffici e della capacità di offrire decisioni definitive in tempi certi.
Fuori dalle aule, l’ANM con il presidente Cesare Parodi ha rilanciato l’allarme su un possibile condizionamento indiretto dell’autonomia dei magistrati e, soprattutto, della serenità del giudice. In un altro distretto, il presidente Giuseppe Meliadò e il procuratore generale Giuseppe Amato hanno evocato il rischio di una frattura nel patto tra giustizia e società, contestando una riforma percepita come portata avanti senza un confronto reale.
Dal versante governativo, la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi ha richiamato tutti alla continenza istituzionale e al rispetto dei ruoli, rivendicando il primato del legislatore. Il Consiglio superiore della magistratura, con il vicepresidente Fabio Pinelli, ha sottolineato che la delegittimazione reciproca indebolisce le istituzioni e alimenta sfiducia.
Nel clima di contrapposizione, procure generali e capi degli uffici hanno alternato richieste di risorse e critiche di merito alla riforma, mentre l’Unione delle Camere penali ha annunciato due giornate di confronto pubblico dedicate al referendum, con la partecipazione di giuristi e rappresentanti istituzionali. La partita, ormai, si gioca sul significato di parole come indipendenza, terzietà e responsabilità, e su quale architettura possa rendere la giustizia più credibile agli occhi dei cittadini senza forzature.




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