Dopo Vannacci il bivio di Meloni tra destra estrema e nuova Dc nella ridefinizione degli equilibri politici
- piscitellidaniel
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L’emersione del caso Vannacci costringe Giorgia Meloni a confrontarsi con un bivio politico che va oltre la gestione di una singola figura e investe la traiettoria complessiva della destra italiana. La leadership di Fratelli d’Italia si trova di fronte a una scelta strategica che riguarda identità, alleanze e prospettiva di lungo periodo: assecondare una spinta verso una destra sempre più radicale e identitaria oppure consolidare un profilo di forza di governo capace di occupare uno spazio più ampio, riconducibile a una sorta di nuova Dc della destra. La polarizzazione generata dalle posizioni di Vannacci ha il merito, dal punto di vista politico, di rendere visibile una tensione latente, che attraversa l’elettorato e i gruppi dirigenti, tra una domanda di radicalità e una richiesta di stabilità istituzionale. Meloni è chiamata a gestire questo equilibrio senza perdere consenso né compromettere la credibilità internazionale e la tenuta della coalizione.
La spinta verso una destra estrema trova terreno fertile in una parte dell’elettorato che chiede messaggi netti su identità, sicurezza e sovranità, e che vede in figure come Vannacci un interprete diretto e privo di mediazioni. Questo segmento elettorale rappresenta una riserva di consenso significativa, ma porta con sé il rischio di un irrigidimento del profilo politico, con conseguenze sui rapporti con gli alleati europei, sui mercati e sulle istituzioni. Un allineamento troppo marcato su posizioni radicali potrebbe rafforzare il consenso interno nel breve periodo, ma esporre il governo a tensioni crescenti sul piano internazionale e a una perdita di centralità nel sistema politico italiano. Meloni, che ha costruito la propria ascesa anche sulla capacità di rassicurare interlocutori esterni e di presentarsi come leader affidabile, deve quindi valutare il costo di un eventuale spostamento verso un asse più estremo, consapevole che la radicalizzazione non sempre si traduce in governabilità.
L’alternativa è rappresentata dall’ipotesi di una nuova Dc della destra, un progetto politico che punta a occupare uno spazio centrale e trasversale, capace di intercettare ceti produttivi, amministratori locali e un elettorato moderato in cerca di stabilità. In questa prospettiva, Fratelli d’Italia si configurerebbe come forza cardine del sistema, meno dipendente dalle pulsioni identitarie e più orientata a una gestione pragmatica del potere. Questo modello richiede però una disciplina interna più rigida e la capacità di contenere le spinte centrifughe, evitando che figure polarizzanti diventino il baricentro del dibattito pubblico. La costruzione di una nuova Dc della destra implica una selezione più attenta dei messaggi e dei protagonisti, oltre a una narrazione che privilegi responsabilità, continuità e affidabilità. È una scelta che può garantire maggiore durata politica, ma che rischia di alienare una parte di quell’elettorato attratto da toni più duri e da una retorica di rottura.
Il bivio che si apre dopo il caso Vannacci non riguarda quindi soltanto la collocazione ideologica, ma il modello di leadership che Meloni intende esercitare. Da un lato, la tentazione di cavalcare la radicalità per consolidare il consenso identitario; dall’altro, la necessità di preservare un profilo istituzionale che consenta di governare senza scosse e di mantenere aperti i canali con l’Europa e con i poteri economici. La scelta non è priva di ambiguità, perché le due anime convivono all’interno della stessa area politica e perché la competizione elettorale spinge spesso verso messaggi semplificati e polarizzanti. In questo scenario, Meloni si trova a dover decidere se assumere fino in fondo il rischio di una destra più estrema o se guidare una trasformazione che la porti a incarnare una forza centrale e strutturata, capace di durare oltre le contingenze e di ridefinire gli equilibri della politica italiana senza rinunciare al controllo del proprio spazio elettorale.

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