Le chiavi dell’eredità di Valentino: due custodi, molte società, un patrimonio da decifrare
- Luca Baj

- 5 ore fa
- Tempo di lettura: 3 min

Le chiavi dell’eredità di Valentino Garavani non coincidono con un singolo bene, ma con una mappa di società e deleghe che, negli anni, ha tenuto insieme residenze di pregio, opere d’arte, investimenti e spese di gestione. Al centro della macchina organizzativa emergono due profili operativi, un ingegnere italiano e un avvocato olandese, entrambi ricorrenti nelle strutture che amministrano immobili e flussi finanziari. La loro importanza non sta solo nelle firme, ma nella conoscenza dei passaggi con cui il patrimonio è stato custodito: veicoli, quote minime, contratti e società intestatarie che separano l’uso del bene dalla titolarità formale.
Un primo punto, spesso frainteso nel dibattito pubblico, è la distinzione tra il marchio Valentino e il patrimonio personale dello stilista. La maison è da tempo in mano ad altri azionisti e il brand segue logiche industriali e di mercato che nulla hanno a che vedere con la successione dei beni privati. Per questo la stima complessiva dell’eredità resta opaca: non c’è un “forziere” aziendale facilmente leggibile nei bilanci, ma insieme eterogeneo di asset che includono immobili iconici, collezioni e partecipazioni. In questa cornice, il tema non è soltanto “quanto vale”, ma quanto costa tenere in piedi un sistema di lusso fatto di manutenzioni, personale, assicurazioni e servizi.
Nelle carte societarie compaiono holding e società dedicate a immobili e gestione. Una di queste, legata a una villa romana celebrata per gli interni e gli eventi privati, risulta contabilizzata a valori storici che non raccontano il reale prezzo di mercato, ma servono a fotografare l’assetto amministrativo. Accanto alla gestione immobiliare, prende forma un perimetro culturale che rimanda a una fondazione: archivi di moda, iniziative espositive, attività editoriali e organizzazione di eventi trasformano parte dell’eredità in missione, con regole proprie e con una governance distinta dalla semplice ripartizione tra eredi.
Il capitolo più emblematico riguarda il castello di Wideville, acquistato attraverso una catena di società e passaggi successivi che mettono in luce la funzione dell’avvocato come snodo legale delle operazioni. Nei registri francesi la società proprietaria risulta amministrata dallo stesso professionista, segno di una presenza non episodica ma strutturale nella tutela del bene. Anche l’ingegnere, secondo la ricostruzione, compare con piccole quote simboliche, che in questo tipo di architetture possono avere un peso concreto: garantire continuità nelle delibere, presidiare atti formali, mantenere memoria dei dossier. Il valore del castello, come quello delle principali proprietà, è oggi legato alla rarità e al mercato dell’alta fascia, più che a parametri standard.
Poi c’è il mare. Il megayacht TM Blue One, lungo circa 46 metri, è un esempio di bene “vivo” che porta con sé una contabilità pesante e una manutenzione costante. Le valutazioni disponibili in ambito nautico oscillano, e cambiano con refit, condizioni e domanda, ma indicano un asset importante anche se non paragonabile ai grandi patrimoni miliardari di alcune dinastie industriali. Questo dettaglio illumina un altro aspetto: l’eredità è fatta di beni che richiedono decisioni rapide. Tenere, vendere, trasferire a una società, o allocare in una struttura di gestione condivisa.
Un’ulteriore traccia passa da un’isola della Manica. Nei registri societari risulta una V.G. Image Limited, e nella ricostruzione viene descritta come un tassello di finanza e investimenti collegato ad acquisizioni e proprietà. La presenza di entità offshore, in contesti come questo, non implica automaticamente opacità illecite, ma segnala una logica di pianificazione: separazione dei rischi, riservatezza, flessibilità nei passaggi di quote. È qui che le competenze dei “custodi” diventano centrali, perché un patrimonio così strutturato non si trasferisce soltanto con una chiave fisica, ma con accessi, procure, documenti e procedure.
In mezzo restano le cose che sfuggono ai registri: quadri, sculture, arredi, pezzi di alta sartoria e carte custodite come un archivio privato. Qui il valore è doppio, economico e simbolico, e la successione può prevedere legati mirati o la scelta di conferire materiali in un perimetro museale. Ogni opzione incide su controllo e liquidità, perché distribuire beni indivisibili significa negoziare tra memoria e mercato.
Quanto agli eredi, l’assenza di figli sposta il baricentro sul testamento e su una “famiglia” costruita nel tempo, fatta di legami personali, collaboratori storici e persone che hanno condiviso vita e progetti. La domanda non è solo chi riceverà beni e quote, ma chi saprà governare un sistema di società, costi e asset emozionali. In questa partita, le due figure che conoscono dossier, passaggi e archivi rischiano di pesare almeno quanto i beneficiari finali: perché, prima della ripartizione, c’è la gestione del giorno dopo.




Commenti