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xAI di Elon Musk sotto accusa per inquinamento a Memphis: turbine a gas senza permesso in quartieri afroamericani, la NAACP denuncia violazioni ambientali e razziali

La società xAI di Elon Musk è al centro di una grave controversia ambientale e legale a Memphis, nel Tennessee, dove ha installato un maxi impianto di calcolo alimentato da decine di turbine a gas naturale. L’infrastruttura, denominata "Gigafarm" o “Gigafactory dell’intelligenza artificiale”, è concepita per ospitare Colossus, uno dei supercomputer più potenti mai realizzati negli Stati Uniti. Il progetto è parte della strategia con cui Musk intende trasformare xAI in un colosso dell’AI generativa, capace di competere direttamente con OpenAI e Google. Tuttavia, il modo in cui il sito è stato costruito e attivato solleva pesanti interrogativi sul rispetto delle norme ambientali e sui diritti delle comunità locali.


La denuncia è stata presentata dalla sezione del Tennessee della NAACP (National Association for the Advancement of Colored People), con il supporto del Southern Environmental Law Center. Secondo l’accusa, xAI avrebbe messo in funzione almeno 35 turbine a gas senza i necessari permessi previsti dal Clean Air Act, la legge federale che regola le emissioni negli Stati Uniti. Queste turbine si trovano in una zona di Memphis abitata prevalentemente da comunità afroamericane e ispaniche, in particolare nei quartieri di Whitehaven e Westwood, aree già segnate da alti livelli di inquinamento ambientale.


I legali della NAACP affermano che xAI non ha presentato in modo trasparente l'entità del progetto e ha deliberatamente evitato i percorsi di autorizzazione completi, invocando un'esenzione temporanea prevista per operazioni di breve durata, inferiore ai 365 giorni. Ma i documenti, i rilevamenti satellitari e le immagini aeree dimostrano che il sito è destinato a operare stabilmente per anni e che le turbine sono già tutte attive, nonostante la società dichiari ufficialmente solo 15 impianti in funzione. Il timore è che xAI stia aggirando le normative per accelerare i tempi e consolidare la propria infrastruttura, ignorando però gli effetti sull’ambiente e sulla salute pubblica.


Secondo i rapporti tecnici, le emissioni potenziali di ossidi di azoto (NOx) dell’impianto superano le 2.000 tonnellate all’anno, oltre a includere altre sostanze pericolose come monossido di carbonio, formaldeide e particolato fine. Tutti questi agenti sono noti per aggravare patologie respiratorie, cardiovascolari e aumentare il rischio di cancro. Memphis è già una delle città statunitensi con i più alti tassi di ospedalizzazione per asma infantile, in una regione che l’American Lung Association considera ad alto rischio. Le nuove emissioni rischiano di aggravare una situazione sanitaria già compromessa.


La collocazione dell’impianto in aree popolate da minoranze ha spinto la NAACP a parlare apertamente di ingiustizia ambientale e discriminazione razziale. La scelta del sito – un ex deposito della Tennessee Valley Authority – ricade infatti in una zona che per decenni è stata teatro di scarichi industriali e contaminazione del suolo, con una popolazione storicamente esclusa dai processi decisionali. Non ci sono state consultazioni pubbliche né studi di impatto condivisi con i residenti, che hanno appreso dell’esistenza dell’impianto solo quando hanno visto le turbine installate e avvertito la puzza di gas nell’aria.


La portavoce della NAACP, Sheryl Guinn, ha dichiarato che “non si può permettere che le comunità afroamericane continuino a essere usate come discariche industriali per i progetti ad alta intensità energetica del settore tecnologico”. Il gruppo ha chiesto l’immediata sospensione delle attività dell’impianto, l’avvio di un’indagine da parte dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente (EPA) e l’applicazione di sanzioni per le eventuali violazioni normative.


Da parte sua, xAI sostiene che l’impianto è conforme alle regole federali e che i generatori sono stati installati nel rispetto della normativa statale e locale. La società afferma di aver presentato una richiesta formale per il permesso di emissione permanente e che nel frattempo opera sotto una deroga legittima. Tuttavia, le associazioni contestano che tale deroga è concepita per emergenze e attività temporanee, non per un’infrastruttura tecnologica destinata a funzionare in modo continuativo per alimentare un supercomputer.


L’impianto è strettamente legato al progetto Colossus, il cervello computazionale su cui si basa l’architettura di Grok, il chatbot proprietario di xAI integrato sulla piattaforma X (ex Twitter). Colossus, secondo quanto dichiarato dallo stesso Musk, dovrebbe superare i 100.000 chip H100 di Nvidia entro la fine del 2025, con un consumo energetico stimato pari a quello di una piccola città. La sfida dell’intelligenza artificiale si rivela dunque non solo una corsa al software ma anche una questione infrastrutturale, dove la disponibilità di energia – e le modalità con cui viene prodotta – diventano nodi centrali.


La questione solleva interrogativi più ampi sul rapporto tra l’innovazione digitale e la sostenibilità ambientale. L’AI generativa richiede enormi quantità di energia per l’addestramento e l’inferenza dei modelli, e la transizione verso fonti rinnovabili non sta avvenendo con la stessa rapidità con cui crescono i consumi. In questo scenario, l’utilizzo del gas naturale per alimentare i data center rischia di diventare una soluzione tampone dalle pesanti ricadute ambientali, soprattutto se implementata senza trasparenza e senza coinvolgimento delle comunità locali.


Il caso di Memphis non è isolato. In diverse regioni degli Stati Uniti, progetti analoghi stanno nascendo in prossimità di comunità vulnerabili, sollevando le stesse preoccupazioni. Il timore è che l’espansione dell’AI possa alimentare una nuova forma di colonizzazione tecnologica, in cui i benefici della rivoluzione digitale si concentrano in pochi centri decisionali, mentre i costi – ambientali e sociali – ricadono su territori già marginalizzati.

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