USA, PIL in frenata nel primo trimestre 2025: solo +0,3%, sotto le attese del mercato
- piscitellidaniel
- 30 apr
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L’economia statunitense ha rallentato nel primo trimestre del 2025, registrando una crescita del Prodotto interno lordo dello 0,3% su base annualizzata, al di sotto delle previsioni degli analisti che attendevano un’espansione dello 0,4%. Il dato, diffuso dal Bureau of Economic Analysis, rappresenta una significativa decelerazione rispetto al +2,4% segnato nel quarto trimestre del 2024. Secondo gli osservatori, la combinazione tra una contrazione della spesa pubblica, un rallentamento nei consumi e un aumento record delle importazioni ha inciso in modo netto sull’andamento del trimestre.
Una delle componenti che ha maggiormente contribuito a frenare il PIL è stata l’impennata delle importazioni, cresciute del 41,3% su base annua. Le imprese americane hanno aumentato l’acquisto di beni esteri anticipando l’effetto dei nuovi dazi voluti dall’amministrazione Trump. Il presidente ha infatti introdotto un’imposta del 10% su tutte le importazioni e un sovrapprezzo fino al 145% sui prodotti provenienti dalla Cina. Questo ha spinto le aziende a fare scorte, causando un aumento anomalo del deficit commerciale, che ha toccato i 162 miliardi di dollari nel solo trimestre.
La spesa dei consumatori, che rappresenta circa il 70% del PIL americano, ha rallentato al +1,8%, in netto calo rispetto al +3,7% del trimestre precedente. In particolare, si è osservata una flessione nei beni durevoli, come automobili ed elettrodomestici, che hanno subito una contrazione del 3,4%. Questo dato è stato letto come un segnale di incertezza da parte delle famiglie, condizionate sia dall’inflazione che dalle previsioni su un possibile peggioramento del clima economico nei prossimi mesi.
Anche la spesa pubblica ha pesato negativamente sulla crescita. Il governo federale ha tagliato le proprie uscite, portando a una contrazione della componente pubblica del PIL pari al 5,1%. La riduzione è stata in parte legata alla fine di alcuni programmi straordinari di sostegno varati durante la fase post-pandemica, ma anche all’avvio di una nuova stagione di austerità voluta dall’esecutivo per ridurre il deficit federale. I licenziamenti nel settore pubblico hanno contribuito ulteriormente a rallentare la dinamica della domanda interna.
Sul fronte dei prezzi, l’inflazione ha continuato a mantenersi su livelli elevati. L’indice PCE core, particolarmente monitorato dalla Federal Reserve, è aumentato del 3,6% nel trimestre. Questo ha alimentato ulteriori pressioni sulla banca centrale, che si trova ora nella difficile posizione di dover bilanciare la lotta all’inflazione con il rischio di un indebolimento della crescita. Per il momento, la Fed ha mantenuto i tassi di interesse invariati, ma le dichiarazioni del presidente Jerome Powell hanno lasciato intendere una crescente cautela nelle prossime mosse di politica monetaria.
I mercati finanziari hanno reagito con nervosismo al dato deludente sul PIL. Il Dow Jones ha chiuso in calo di oltre 400 punti, mentre il Nasdaq ha perso il 2%, segnando una delle peggiori performance giornaliere da inizio anno. Gli investitori temono che, in assenza di una svolta nei consumi o nella politica commerciale, l’economia possa avvicinarsi a una recessione tecnica entro la fine dell’anno.
Il rallentamento della crescita economica statunitense si inserisce in un contesto globale ancora fragile, segnato da tensioni geopolitiche, incertezze commerciali e dinamiche inflazionistiche persistenti. Le esportazioni sono cresciute solo marginalmente, incapaci di compensare l’impatto delle importazioni. Il settore manifatturiero continua a mostrare segni di affaticamento, mentre l’indice ISM si mantiene sotto quota 50, segnalando una contrazione dell’attività industriale.
Secondo gli analisti, sarà fondamentale osservare l’evoluzione dei dati del secondo trimestre per comprendere se il rallentamento sarà temporaneo o l’inizio di una fase più strutturata di stagnazione. Le famiglie, che finora hanno sostenuto l’espansione economica grazie al risparmio accumulato durante la pandemia, sembrano ora più caute e selettive nelle scelte di consumo. Le imprese, dal canto loro, rimangono in attesa di segnali di stabilizzazione prima di riprendere con decisione gli investimenti produttivi.

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