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Unione Europea approva una “lista unica” di contromisure commerciali da 9,3 miliardi: misure coordinate, prodotti a rischio e strategia di risposta all’inasprimento dei dazi statunitensi

L’Unione Europea ha dato formalmente il via libera alla prima “lista unica” di controdazi per un ammontare complessivo di 9,3 miliardi, finalizzata a bilanciare nuove tariffe imposte dagli Stati Uniti e tutelare il mercato interno da pratiche commerciali giudicate inique. Il pacchetto di misure colpisce una selezione mirata di prodotti americani, con tariffe che possono arrivare fino al 25%, con l’obiettivo di esercitare pressione diplomatica e aperta sul fronte economico senza compromettere le relazioni globali.


Tra i settori coinvolti, spiccano alcuni simboli dell’industria statunitense: motociclette di alta cilindrata, yacht di lusso, jeans in cotone, t‑shirt, burro di arachidi, succo d’arancia, tabacco da masticare e mais dolce. La maggior parte delle tariffe è fissata al 25%, ma per alcune categorie specifiche si applicheranno aliquote al 10%, restando comunque significative. La scelta riflette la volontà di colpire sia segmenti economici rilevanti sia aree dove l’impatto politico di lobby e gruppi d’interesse è forte, mantenendo margini di negoziazione aperti.


Queste misure sono state avviate in due diverse tranche: la prima, che ha interessato prodotti come le Harley‑Davidson, gli yacht di alta gamma, i jeans e il tabacco da masticare, è entrata in vigore il 15 aprile; la seconda, focalizzata su soia da stati tradizionalmente repubblicani come Louisiana, Nebraska, Kansas, e su carne bovina e pollame provenienti da Georgia, Virginia e Alabama, ha preso avvio il 15 maggio. Il valore complessivo delle imposte aggiuntive rappresenta una risposta mirata alle minacce di dazi Usa su beni europei, con l’obiettivo di trovare un equilibrio tra misure di difesa commerciale e negoziati diplomatici.


Dietro questo pacchetto c'è la premura delle istituzioni europee di ribadire una linea strategica: non arretrare rispetto alle pressioni di Washington, difendere settori produttivi e commerciali soggetti a shock, e allo stesso tempo tenere aperto un canale negoziale. La Commissione europea ha infatti lanciato una consultazione formale per definire l’impatto e calibrare le misure, riunendo al tavolo rappresentanti di governi, associazioni di categoria e rappresentanti economici, con l’obiettivo di evitare vuoti normativi o eccessi controproducenti.


Dal mondo politico e imprenditoriale emergono visioni differenti. Diversi think tank sottolineano come l’assenza di accordi tra Washington e Bruxelles spinga l’UE a preparare pacchetti di misure aggressivi. Tra gli analisti si segnala un potenziale danno collaterale: la svalutazione dell’euro rispetto al dollaro, l’aumento dei prezzi dei generi alimentari e delle materie prime, e un impatto finale stimato fino a 35 miliardi di euro solo per l’economia italiana, secondo alcune stime tessute alla luce delle tensioni.


Le associazioni del Made in Italy hanno accolto con prudenza la notizia: da un lato appoggiano la difesa dei comparti esposti, dall’altro temono effetti ritorsivi sulle esportazioni europee di altri settori strategici come moda e automotive. Clausole riguardanti whisky e latticini – inizialmente contemplate – sembrano ora escluse dalla lista, in un tentativo di preservare alcuni segmenti sensibili.


Sul fronte politico, alcune voci filoeuropee auspicano una svolta diplomatica tra Usa e Ue entro la scadenza dell’1 agosto, mentre gruppi critici alzano l’allarme per un possibile inasprimento dei dazi statunitensi fino al 50%, paventato dal presidente Trump. Allo stesso tempo, le tensioni si inseriscono in un clima di crescente pressione fiscale e distorsioni normative: le big tech statunitensi, che fatturano miliardi in Europa ma pagano imposte molto limitate, potrebbero diventare oggetto di contromisure autonome da parte dell’UE, con obiettivi di equità contributiva e fiscale.


La vera posta in gioco resta l’equilibrio a livello macroeconomico: un pacchetto di controdazi così vasto e selettivo rischia di accelerare le dinamiche inflazionistiche e destabilizzare le Borse europee, già in sofferenza da diversi mesi. Il timore è che si inneschi un effetto domino sul costo delle materie prime, sul valore dei cambi e sull’interpretazione dei flussi globali di commercio.


La leadership della Commissione europea, da parte sua, sottolinea che l’intento non è bloccare le relazioni con gli Stati Uniti, bensì creare le condizioni per sedersi di nuovo a un tavolo negoziale. Le misure sono pensate come strumenti tattici, da rivedere in funzione dell’esito del confronto bilaterale. L’ipotesi di un accordo migliorativo entro l’estate non è affatto esclusa, purché venga garantita reciprocità e continuità sui dazi di tutela.


In parallelo, il pacchetto ha acceso un dibattito più ampio sulle strategie commerciali a lungo termine: l’Europa, in un contesto globale sempre più fratturato, deve decidere se puntare su strutture coordinate e intermediari multilaterali o spostare la propria politica verso una difesa più decisa dei propri interessi economici, anche a costo di conflitti prolungati.


Le settimane a venire saranno decisive per valutare se l’UE riuscirà a usare la lista di controdazi come leva negoziale oppure se rischierà di diventare realtà permanente nel costoso e instabile mondo della guerra commerciale. Le reazioni dei partner, le decisioni Usa e l’orientamento delle imprese europee determineranno la soglia del possibile ritorno a un equilibrio sostenibile dei rapporti transatlantici.

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