UE e Cina, dopo 50 anni di relazioni diplomatiche la sfida reale si gioca sui passi concreti: vertice di Pechino segna svolta tra opportunità e nodi industriali
- piscitellidaniel
- 24 lug
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Durante il vertice di Pechino tra UE e Cina, convocato per celebrare mezzo secolo di rapporti diplomatici, le aspettative diplomatiche si sono misurate con una realtà internazionale complessa. I leader europei, guidati dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen e dal presidente del Consiglio António Costa, hanno espresso la necessità di progressi concreti sul fronte commerciale ed economico, avvertendo che il rapporto è giunto a un punto di svolta. Dall’altra parte, il presidente cinese Xi Jinping ha ribadito l’intenzione di rafforzare la fiducia reciproca, pur senza offrire concessioni immediate sui dossier più spinosi.
Il colloquio ha avuto luogo in un clima teso, segnato da una bilancia commerciale sempre più sbilanciata e da una crescente frustrazione europea per le pratiche cinesi considerate distorsive. In un arco compreso tra il 2020 e il 2024, l’UE ha avviato 79 indagini su presunte pratiche di dumping, di cui 44 rivolte alla Cina: più della metà del totale, a testimonianza dell’ampiezza delle tensioni commerciali. Il deficit europeo di merci verso la Cina ha superato i 300 miliardi di euro solo nel 2024, un dato giudicato insostenibile da Bruxelles.
È emerso con chiarezza che, se da un lato la Cina offre un mercato enorme e crescente – essenziale sia per la manifattura che per i servizi – dall’altro le imprese europee incontrano barriere macroscopiche: da un accesso limitato ai settori strategici (auto elettriche, beni tecnologici, servizi sanitari), fino a limitazioni imposte da norme cinesi e da sussidi pubblici a danno delle produzioni non domestiche. Non stupisce dunque che la Commissione abbia temporaneamente sospeso il dialogo economico tecnico, ponendo condizioni ben precise per tornare al tavolo negoziale.
L’Europa strumentalizza con cautela gli strumenti previsti dal sistema di difesa commerciale: arance anti-dumping, misure su veicoli elettrici, restrizioni su device medici e compensato duro – sono solo alcuni esempi delle ritorsioni adottate dall’UE negli ultimi mesi. Non a caso, la Cina ha replicato con tariffe alzate su prodotti Europei come i brandy, alimentando l’escalation commerciale.
Il vertice di Pechino è stato considerato un test di fiducia reciproca. L’assenza di decisioni concrete sul deficit commerciale, sull’accesso al mercato e sul contenimento delle sovvenzioni ha però mostrato la distanza tra le ambizioni diplomatiche e la sostanza politica. Il dialogo non è stato interrotto, ma gli europei hanno tracciato una linea: senza misure visibili, la partnership rischia di irrigidirsi.
C’è tuttavia un nodo positivo: sul fronte climatico è stato raggiunto un accordo significativo. Le parti hanno sottoscritto una dichiarazione comune in cui riconoscono la priorità dell’Accordo di Parigi, l’urgenza di agire sul metano e l’impegno a favorire lo sviluppo delle energie rinnovabili. L’idea dichiarata è di rendere il verde il colore guida della cooperazione UE-Cina, con progetti comuni su infrastrutture pulite e tecnologie "green".
Il presidente Costa ha sottolineato la necessità di coinvolgere la Cina nella de-escalation della guerra in Ucraina, chiedendo che Pechino usi la sua influenza su Mosca. Il tema però rimane dipinto con toni diplomatici cauti: nessun impegno espresso da parte della Cina, né riferimenti espliciti nella nota finale.
In parallelo, il vertice è stato posto sotto la lente anche delle implicazioni geopolitiche. Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca, la Cina cerca un’alternativa al rapporto transatlantico e offre all’Europa l’illusione di una cornice economica più aperta; ma Bruxelles, pur corteggiata, ribadisce che senza reciprocità non ci sarà avanzamento.
La tensione tra prassi industriale commerciale e valori normativi emerge anche dalle divisioni in seno all’UE: mentre gran parte dei paesi sostiene una linea rigida sulla parità di accesso e la tutela degli investimenti, qualcuno suggerisce che l’approccio cinese meriterebbe più flessibilità, soprattutto su strumenti tecnici e finanziamenti bilaterali.
A margine del vertice, il commissario Sefcovic e il suo omologo cinese Wentao hanno intensificato i dialoghi sui dossier aperti, lavorando a una road map diplomatica in vista di un vertice europeo futuro, forse a Bruxelles. È l’unico segnale concreto in un contesto diplomatico altrimenti statico.
In sintesi, la cumbre di Pechino ha messo in luce tre scenari paralleli: un dialogo commerciale a mezzo gas, con la consapevolezza che serve tanto pragmatismo quanto pressioni normative; un impegno condiviso sui temi ambientali, che offre terreno comune ma rischia di essere separato dagli altri dossier; una diplomazia geopolitica incerta, dove l’Europa alterna pressioni su Russia e Cina, mentre Pechino resta nell’ambiguità.
Per la fase successiva, Bruxelles ha indicato tre priorità: riequilibrio delle relazioni economiche, riduzione dei rischi strategici (legati a materie prime e tecnologie) e apertura diplomatica su clima, pace e salute globale. Se queste linee verranno tradotte in azioni concrete nei prossimi mesi, allora si potrà davvero parlare di una svolta. Altrimenti, quello di Pechino resterà, per ora, un vertice di retorica e simboli, ma poco di sostanza.

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