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Trump sconfitto in tribunale sull’invio delle truppe a Los Angeles: giudicato illegale il dispiegamento, ma la sentenza viene sospesa in appello

Una corte federale ha stabilito che l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha violato la legge federale quando, nel giugno 2020, autorizzò l’invio di truppe federali a Los Angeles per sedare le proteste seguite all’uccisione di George Floyd. La sentenza, emessa dal giudice distrettuale Florence Marino della Corte del Distretto Centrale della California, rappresenta una delle più significative condanne istituzionali nei confronti dell’operato dell’allora presidente nel contesto delle tensioni sociali che attraversarono l’intero Paese. Tuttavia, l’efficacia della decisione è stata temporaneamente sospesa in attesa dell’esito del ricorso in appello, presentato dagli avvocati di Trump.


I fatti risalgono all’estate del 2020, quando migliaia di manifestanti scesero in strada in numerose città americane per protestare contro il razzismo sistemico e la brutalità della polizia. A Los Angeles, come in altre metropoli, le manifestazioni furono in gran parte pacifiche, ma non mancarono episodi di disordini e saccheggi. In quel contesto, l’allora presidente Trump, con una decisione unilaterale, ordinò il dispiegamento della Guardia Nazionale e di forze federali – in gran parte provenienti da corpi non addestrati per la gestione dell’ordine pubblico – senza previo coordinamento con il governo della California né con le autorità municipali.


Secondo la ricostruzione accolta dalla corte, l’intervento fu deciso in violazione dell’Insurrection Act del 1807, una legge che limita i poteri del presidente nell’utilizzo delle forze armate sul suolo americano. Il giudice Marino ha sottolineato nella sua motivazione che “la legge federale non autorizza il presidente a utilizzare le forze armate per attività di polizia locale senza una richiesta esplicita da parte degli stati o una situazione di insurrezione conclamata”. Nessuna di queste condizioni – prosegue il giudice – era presente nel caso di Los Angeles, e l’intervento delle truppe fu quindi da considerarsi “una misura illegittima, priva di fondamento giuridico e contraria al principio di autonomia degli stati federati”.


La sentenza è arrivata al termine di un lungo procedimento promosso da un gruppo di cittadini californiani, supportati dall’American Civil Liberties Union (ACLU), che avevano denunciato l’uso eccessivo della forza da parte delle truppe federali, il mancato rispetto del diritto di manifestare pacificamente e la lesione dei diritti civili garantiti dal Primo e dal Quarto emendamento della Costituzione. Numerose testimonianze hanno descritto l’uso di gas lacrimogeni, proiettili di gomma e cariche non giustificate anche contro manifestanti disarmati. Alcune registrazioni video hanno documentato agenti in assetto da combattimento agire senza identificazione, spesso in modo aggressivo e fuori da ogni coordinamento con la polizia locale.


La decisione della corte è destinata ad avere implicazioni politiche e istituzionali rilevanti. Per la prima volta, un tribunale federale dichiara esplicitamente illegittima una delle decisioni più controverse prese da Trump durante il suo mandato. Anche se la sentenza è stata sospesa in vista del giudizio di secondo grado, essa stabilisce un precedente importante nel rapporto tra potere esecutivo e diritti civili. L’ACLU ha accolto con favore la decisione, definendola “una vittoria storica per lo stato di diritto e per la democrazia costituzionale americana”. L’organizzazione ha annunciato che, in caso di conferma in appello, chiederà anche risarcimenti per i manifestanti che hanno subito lesioni e intimidazioni.


La risposta dell’ex presidente non si è fatta attendere. Attraverso un comunicato diffuso dal suo staff, Donald Trump ha definito la sentenza “una farsa politicizzata” e ha accusato la magistratura federale di essere “uno strumento della sinistra radicale che vuole riscrivere la storia e indebolire l’autorità presidenziale”. L’ex capo della Casa Bianca ha ribadito di aver agito “per proteggere i cittadini americani da bande violente e anarchici”, e ha rivendicato “il diritto e il dovere del comandante in capo di agire in difesa della sicurezza nazionale”. Gli avvocati di Trump hanno già depositato l’atto di appello presso la Corte Federale del Nono Circuito, chiedendo l’annullamento integrale della decisione.


Anche la politica ha reagito in maniera polarizzata. I democratici hanno salutato la sentenza come “la prova che nessuno è al di sopra della legge”, mentre diversi senatori repubblicani hanno parlato di “un attacco politico contro un presidente che ha sempre difeso la legge e l’ordine”. Al centro del dibattito torna quindi la delicata questione dell’equilibrio tra poteri presidenziali e diritti civili, già al centro di numerose controversie durante il quadriennio trumpiano.


Secondo molti osservatori, l’esito della vicenda giudiziaria potrebbe avere ripercussioni anche sulla campagna elettorale in vista delle elezioni presidenziali del 2024. Trump, che è tornato in corsa per la nomination repubblicana, punta a consolidare la sua base con messaggi fortemente identitari e securitari, e la sentenza potrebbe rafforzare la sua narrazione di “perseguitato politico”. Al tempo stesso, per l’elettorato moderato e per una parte dell’opinione pubblica sensibile ai temi dei diritti civili, il pronunciamento del tribunale potrebbe rappresentare un segnale d’allarme sull’uso politico del potere esecutivo.


Parallelamente, la vicenda ha riacceso la discussione tra i costituzionalisti sull’applicazione dell’Insurrection Act, una normativa ottocentesca raramente invocata e la cui ambiguità è stata spesso fonte di dispute legali. Diversi giuristi chiedono ora una riforma della norma, per chiarirne i limiti e le condizioni d’uso, in modo da prevenire abusi futuri da parte della Casa Bianca. Il Congresso potrebbe essere chiamato a intervenire, ma in un clima politico così diviso ogni riforma appare difficile.


Il caso, che si inserisce in un filone giudiziario più ampio legato alla gestione dell’ordine pubblico da parte dell’amministrazione Trump, è solo uno dei tanti fronti aperti che l’ex presidente dovrà affrontare in tribunale nei prossimi mesi. Dalle indagini sulle elezioni del 2020 ai procedimenti per l’assalto al Campidoglio, fino alle inchieste sui documenti riservati, la dimensione giudiziaria della sua figura si intreccia sempre più con quella politica, rendendo il 2024 uno degli anni più complessi e imprevedibili della storia politica americana recente.

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