Trump rilancia un deepfake sull’arresto di Obama: intelligenza artificiale e propaganda nel cuore della campagna elettorale
- piscitellidaniel
- 21 lug
- Tempo di lettura: 4 min
Donald Trump ha pubblicato un video profondamente controverso sul suo social Truth Social: una simulazione, generata con l’intelligenza artificiale, dell’arresto dell’ex presidente Barack Obama da parte dell’FBI nello Studio Ovale. Il video è un deepfake completo, senza alcun riferimento alla sua natura artificiale, che mostra Obama in manette, Trump sorridente in primo piano, immagini di repertorio remixate e riferimenti a meme simbolici della galassia MAGA. Il contenuto è stato condiviso poche ore dopo un’importante rivelazione dell’ex deputata democratica Tulsi Gabbard, oggi a capo dell’Intelligence nazionale, che ha reso pubblici documenti secondo cui Obama e alti esponenti democratici avrebbero cospirato per accusare ingiustamente Trump di collusione con la Russia nel 2016.
Il video si apre con una panoramica dello Studio Ovale. Gli agenti dell’FBI entrano nella stanza, si dirigono verso un Barack Obama ricreato digitalmente, lo ammanettano e lo conducono fuori. Trump è presente nella scena, anch’esso in versione generata artificialmente, sorride con soddisfazione e segue l’azione con sguardo compiaciuto. Subito dopo vengono inseriti spezzoni reali di esponenti democratici, come Nancy Pelosi, Adam Schiff, Hillary Clinton e lo stesso Obama, che ripetono il mantra “nessuno è al di sopra della legge”. Il montaggio prosegue con l’inserimento di immagini satiriche: il meme di Pepe the Frog, simbolo iconico della destra estrema statunitense, e la canzone “YMCA” dei Village People, già usata più volte in comizi pro-Trump.
Il contenuto è stato originariamente caricato su TikTok da un utente vicino ai movimenti ultraconservatori e poi ripreso da Trump senza commenti espliciti. La scelta di rilanciarlo nel mezzo della campagna elettorale del 2025, in cui Trump è nuovamente candidato alla presidenza, ha provocato una reazione immediata tra i democratici e nei media internazionali. Nessun disclaimer accompagna il video, e l’apparenza realistica delle immagini rischia di confondere il pubblico, specialmente in un momento di altissima polarizzazione e disinformazione.
La pubblicazione arriva nel contesto di una nuova offensiva comunicativa da parte dell’ex presidente, centrata sulla delegittimazione delle inchieste che lo hanno coinvolto dal 2016 in poi. Secondo Tulsi Gabbard, che da tempo ha abbandonato le posizioni progressiste per avvicinarsi a Trump, i documenti declassificati dimostrerebbero che l’allora presidente Obama, insieme ad altri membri dell’amministrazione e dell’intelligence, avrebbe approvato un piano per screditare Trump attraverso la costruzione artificiosa del cosiddetto Russiagate. Tali accuse non sono state confermate da alcuna autorità giudiziaria e sono state fortemente contestate dai vertici democratici e da alcuni ex funzionari della CIA e dell’FBI.
Nei giorni precedenti alla pubblicazione del video, Trump aveva già rilanciato una serie di contenuti su Truth Social con immagini di Obama, Comey, Hillary Clinton, Susan Rice e Samantha Power in tuta arancione, come se fossero stati arrestati. Ogni post era corredato da una scritta che li indicava come “traditori”. La strategia è evidente: rilanciare una narrazione vendicativa e rovesciare la retorica utilizzata dai democratici nei suoi confronti. Se “nessuno è al di sopra della legge”, allora anche Obama e la sua cerchia dovrebbero rispondere davanti alla giustizia, secondo la logica promossa dall’entourage trumpiano.
Il dibattito pubblico si è acceso anche sul tema dell’uso dell’intelligenza artificiale generativa. Il video, tecnicamente sofisticato e inquietantemente realistico, solleva interrogativi profondi sulla diffusione di deepfake in ambito politico. L’assenza di etichette che segnalino la natura fittizia del contenuto può generare confusione nei cittadini e alterare il dibattito democratico. Le autorità di vigilanza sui media e le piattaforme social, tuttavia, si muovono con ritardo rispetto alla velocità con cui tali tecnologie vengono impiegate nella comunicazione politica.
Diversi commentatori internazionali hanno osservato che la diffusione del video non è un semplice gesto provocatorio, ma una precisa strategia elettorale. Trump vuole ribaltare il frame in cui è stato collocato per anni – quello dell’imputato, dell’uomo sotto inchiesta – trasformandolo in quello della vittima di un complotto ordito da chi era al potere. L’effetto è potenziato dal linguaggio visivo e simbolico delle immagini: l’FBI che arresta un presidente democratico, il leader repubblicano che osserva compiaciuto, i nemici politici raffigurati come criminali.
L’uso politico dei deepfake non è una novità assoluta, ma mai prima d’ora un ex presidente candidato alla rielezione aveva condiviso una simulazione così esplicita e realistica dell’arresto di un predecessore. I rischi per la tenuta del dibattito pubblico e per la fiducia nelle istituzioni democratiche sono rilevanti, anche alla luce delle difficoltà che le piattaforme incontrano nel moderare contenuti del genere. Meta, TikTok e X hanno politiche specifiche sui contenuti manipolati digitalmente, ma la loro applicazione è spesso discontinua, specie quando i protagonisti sono figure di primo piano.
Secondo fonti vicine allo staff della campagna Trump, l’obiettivo del video è rafforzare la base elettorale più radicale, galvanizzare l’elettorato anti-establishment e alimentare il sentimento di rivalsa contro l’élite politica e giudiziaria accusata di aver perseguitato l’ex presidente. Il messaggio implicito è che una futura amministrazione Trump non escluderebbe azioni penali contro figure chiave del passato democratico. Una prospettiva che molti osservatori vedono come un grave scivolamento verso una giustizia politicizzata, lontana dalle garanzie istituzionali previste dalla Costituzione americana.
Il video sull’arresto di Obama, per quanto evidentemente falso, è già diventato virale, raggiungendo milioni di visualizzazioni in poche ore. I repubblicani più moderati evitano di commentare pubblicamente, mentre i democratici denunciano l’episodio come un’ulteriore prova del degrado della comunicazione politica contemporanea. Nel frattempo, Trump cavalca la tempesta e continua a rilanciare contenuti simili, sfidando ogni codice non scritto della democrazia americana.

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