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Trump rilancia l’attacco a Powell puntando sui costi della nuova sede Fed: scontro politico su indipendenza e spesa pubblica

Donald Trump ha riacceso lo scontro con la Federal Reserve e in particolare con il suo presidente Jerome Powell, al centro di un attacco politico inedito che stavolta non riguarda la gestione dei tassi d’interesse ma la ristrutturazione della storica sede centrale della banca centrale americana a Washington. Secondo il tycoon, oggi in corsa per un secondo mandato alla Casa Bianca, i lavori di rinnovamento dell’edificio della Fed sono diventati il simbolo di una gestione “sprecona, inefficiente e arrogante” del potere pubblico, e un pretesto concreto per rimettere in discussione l’indipendenza della banca centrale.


La struttura, che sorge al 20th Street tra Constitution Avenue e C Street, nel cuore del distretto federale, è attualmente oggetto di un maxi-progetto di ristrutturazione iniziato nel 2022, con un budget iniziale di 1,9 miliardi di dollari poi lievitato a circa 2,5 miliardi nel 2024. Trump ha definito l’intervento come “uno dei più vergognosi sprechi di denaro pubblico nella storia recente” e lo ha inserito nel suo elenco di argomenti chiave per giustificare la possibilità di rimuovere anticipatamente Powell, che secondo le regole vigenti è formalmente protetto da licenziamento salvo gravi irregolarità.


Secondo l’entourage dell’ex presidente, il progetto conterrebbe voci di spesa giudicate “lussuose” e “inutili”, come l’allestimento di giardini pensili, materiali pregiati importati dall’estero, aree riservate per il management, e costi energetici sproporzionati. La polemica si concentra sulla presunta assenza di una reale necessità strutturale per giustificare un budget così elevato, che supera il costo di costruzione di alcuni ospedali di ultima generazione e di diversi campus universitari pubblici.


La Federal Reserve ha replicato con una nota ufficiale in cui precisa che i lavori sono stati programmati e approvati anni prima, con l’obiettivo di adeguare la struttura agli standard moderni di sicurezza, sostenibilità ambientale e accessibilità. Tra gli interventi previsti, rimozione di amianto, rinnovo totale degli impianti elettrici e idraulici, misure antisismiche, protezioni anti-intrusione e aggiornamento informatico per ambienti classificati. La Fed ha inoltre sottolineato che il progetto non utilizza fondi del Congresso, ma risorse proprie provenienti dalle sue attività e dai rendimenti sui titoli di Stato detenuti in portafoglio.


Tuttavia, Trump e i repubblicani più conservatori al Congresso non sembrano intenzionati a rallentare. Il senatore Tim Scott, presidente della Commissione bancaria del Senato, ha annunciato l’avvio di un’indagine conoscitiva parlamentare sulla legittimità e proporzionalità delle spese, parlando apertamente di un “palazzo faraonico mascherato da istituzione pubblica”. Anche il capo dell’Ufficio per la gestione del bilancio (OMB) della campagna Trump, Russ Vought, ha definito il progetto “una provocazione al popolo americano in un momento di sofferenza economica”.


Parallelamente, l’attacco politico ha un risvolto strategico più profondo. Secondo diverse fonti interne al Partito Repubblicano, Trump starebbe preparando le basi per una riforma del ruolo della Federal Reserve in caso di rielezione, puntando a limitare l’autonomia operativa della banca centrale e rendere più direttamente influenzabile la politica monetaria. Powell, il cui mandato termina nel 2026, potrebbe diventare il bersaglio di un tentativo di rimozione anticipata attraverso l’argomento della “cattiva gestione delle risorse pubbliche”, anche se le attuali norme rendono l’operazione giuridicamente complessa e politicamente rischiosa.


Il presidente della Fed, nominato dallo stesso Trump nel 2017 e poi riconfermato da Joe Biden, ha finora evitato lo scontro diretto, limitandosi a dichiarazioni istituzionali. In una conferenza stampa tenutasi all’inizio di luglio, Powell ha difeso la legittimità dei lavori, ribadendo che l’indipendenza della Fed è “fondamentale per la stabilità finanziaria” e che i costi sono aumentati in modo proporzionale all’inflazione nei materiali da costruzione e agli adeguamenti richiesti dalle autorità federali di sicurezza.


Il dibattito si inserisce in un contesto economico instabile, dove l’inflazione, sebbene in calo rispetto ai picchi del biennio 2022-2023, resta al di sopra dell’obiettivo del 2%, e la politica monetaria restrittiva della Fed, con tassi ai massimi dal 2001, è diventata terreno di battaglia politica. I mercati osservano con preoccupazione la deriva dello scontro tra Casa Bianca e Fed, temendo che una rimozione forzata del governatore possa generare instabilità sui Treasury bond e danneggiare la credibilità internazionale del dollaro.


Anche all’interno del Partito Repubblicano non tutti condividono la linea dura. Alcuni esponenti moderati ritengono che la polemica sui costi della sede sia una manovra strumentale e invitano alla cautela per evitare una crisi istituzionale. In ambienti accademici ed economici, la possibilità di modificare i criteri di indipendenza della banca centrale è vista con grande scetticismo, e molte voci sottolineano come una Fed autonoma abbia permesso agli Stati Uniti di gestire in maniera più efficace crisi come quella del 2008 o la pandemia da Covid-19.


La questione ha anche un forte impatto mediatico: il tema è diventato virale sui social, dove sostenitori e oppositori si confrontano sulle immagini render della futura sede, giudicata da alcuni “degna di una monarchia” e da altri “essenziale per modernizzare un’istituzione centrale della democrazia economica americana”. La vicenda potrebbe diventare uno dei simboli della campagna presidenziale 2024, con Trump intenzionato a trasformarla in un emblema della sua lotta contro “l’élite burocratica di Washington”.


In questo clima di tensione crescente, si moltiplicano le richieste di trasparenza da parte di opinionisti e osservatori terzi. Diverse organizzazioni civiche hanno sollecitato un’audizione pubblica per valutare il reale utilizzo dei fondi e la compatibilità del progetto con i vincoli di bilancio. Anche alcuni ex dirigenti della Fed, come Janet Yellen e Ben Bernanke, si sono detti preoccupati per le implicazioni di un attacco politico diretto alla leadership della banca centrale, sottolineando la necessità di difendere le istituzioni indipendenti in tempi di turbolenza globale.

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