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Trump ottiene via libera per schierare la Guardia nazionale nei raid anti-migranti: la Corte d’appello gli restituisce potere d’intervento federale

La Corte d’appello del Nono Circuito ha accolto il ricorso presentato dall’amministrazione Trump, autorizzando l’ex presidente a mobilitare la Guardia nazionale per affiancare le forze federali nei raid anti-migranti sul territorio degli Stati Uniti, anche in assenza del consenso dei governatori statali. La decisione segna un importante precedente sul piano costituzionale, riportando al centro del dibattito politico il tema del rapporto tra poteri federali e autorità statali, in particolare nel contesto della gestione delle politiche migratorie.


L’episodio da cui è scaturita la controversia riguarda le operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) condotte in California, nello specifico nell’area metropolitana di Los Angeles. Il governatore Gavin Newsom aveva tentato di ostacolare l’impiego della Guardia nazionale da parte della Casa Bianca per sostenere le retate e il pattugliamento dei quartieri ad alta densità di popolazione ispanica, ritenendo la misura eccessiva e lesiva dell’autonomia dello Stato. L’amministrazione federale, tuttavia, ha insistito sulla necessità di un intervento forte per contrastare quella che Trump ha definito “l’invasione illegale” attraverso la frontiera meridionale.


La decisione della Corte d’appello ha stabilito che, in circostanze legate alla sicurezza nazionale e all’ordine pubblico, il presidente può legittimamente schierare la Guardia nazionale anche contro il parere delle autorità locali, purché la missione risponda a un interesse federale prevalente. Nel dispositivo si fa riferimento al Titolo 32 del Codice degli Stati Uniti, che regola l’impiego della Guardia in operazioni approvate dal Dipartimento della Difesa, ma finanziate con fondi federali.


Il pronunciamento è destinato ad avere impatti rilevanti in vista delle elezioni presidenziali del 2024, per le quali Trump si presenta come il principale sfidante del presidente uscente Joe Biden. In un clima già teso, il tema dell’immigrazione si sta trasformando in uno dei principali campi di battaglia ideologica. Mentre i Democratici puntano a riforme che prevedano percorsi di cittadinanza e regolarizzazione, i Repubblicani, sotto la guida dell’ex presidente, insistono su politiche restrittive, rafforzamento dei confini e uso di mezzi militari a supporto delle forze di frontiera.


Nel concreto, la sentenza consente all’amministrazione Trump di proseguire con il piano di dispiegamento fino a 4.000 militari nei punti critici del confine sud-occidentale, nonché nelle grandi città dove è più elevato il numero di migranti irregolari. Secondo fonti interne al Pentagono, il dispositivo prevede anche l’eventuale coinvolgimento dei Marines, in caso di escalation delle tensioni o di proteste di massa nelle aree urbane. Il piano operativo include attività di supporto logistico, sorveglianza aerea, presidio dei centri di detenzione e cooperazione diretta con agenti federali dell’ICE e della Border Patrol.


I primi effetti del provvedimento si sono già visti a Los Angeles, dove centinaia di unità della Guardia nazionale sono state dispiegate nelle periferie a sud della città. Gli arresti di migranti privi di documenti sono aumentati sensibilmente nelle ultime due settimane, mentre numerose organizzazioni civili e associazioni per i diritti umani hanno denunciato l’uso eccessivo della forza, chiedendo un’inchiesta federale indipendente.


Il governatore Newsom ha definito la sentenza “un pericoloso precedente che autorizza l’intervento armato del governo federale in materie che spettano agli Stati”. In risposta, Trump ha celebrato la decisione come una “vittoria della legalità e della sovranità nazionale”, promettendo che la sua amministrazione non esiterà a ricorrere a tutte le risorse disponibili per fermare quello che ha descritto come un “flusso incontrollato di criminali e trafficanti”.


La nuova dottrina d’intervento approvata dal tribunale non riguarda solo la California. Stati come Arizona, Texas e New Mexico si trovano ora nella stessa posizione, con la possibilità che il governo centrale agisca indipendentemente dalle scelte dei singoli governatori. Questo aspetto è particolarmente rilevante in contesti a guida democratica, dove si sta cercando di contenere l’impatto sociale delle politiche migratorie federali. In molti casi, i leader locali stanno opponendo resistenza anche alle nuove direttive sull’identificazione obbligatoria dei migranti nei servizi pubblici.


Nel frattempo, a Washington cresce la pressione sul Congresso affinché definisca nuovi limiti e criteri per l’utilizzo della Guardia nazionale in scenari di politica interna. Alcuni senatori democratici, tra cui Elizabeth Warren e Bernie Sanders, hanno annunciato una proposta di legge per rafforzare il potere di veto dei governatori, mentre i repubblicani sostengono che la sicurezza nazionale debba prevalere sulle autonomie locali.


L’opinione pubblica si mostra spaccata. Un sondaggio pubblicato da Pew Research Center indica che il 49% degli americani è favorevole all’uso della Guardia nazionale per contenere l’immigrazione illegale, ma il consenso crolla al 32% quando si parla di dispiegamento in città senza l’assenso delle autorità locali. Tra le fasce più giovani e nelle grandi aree urbane, la percezione è che l’uso della forza militare interna sia una misura estrema, poco coerente con i principi democratici e lo stato di diritto.


La questione resta aperta e potrebbe assumere un ruolo determinante nella campagna elettorale del 2024, influenzando non solo la polarizzazione tra i due principali schieramenti, ma anche i rapporti istituzionali tra Washington e le capitali degli Stati federati. La sentenza del Nono Circuito, benché impugnabile, consolida il profilo di Trump come leader deciso a usare tutti i mezzi a disposizione per affermare il controllo delle frontiere e riaffermare il primato della presidenza federale su questioni considerate emergenziali.

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