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Trump incontra Powell e rilancia: “Abbassare i tassi è necessario”. Pressioni sulla Fed e nuove tensioni sull’indipendenza della banca centrale

Donald Trump ha incontrato il presidente della Federal Reserve Jerome Powell in un momento cruciale per la politica monetaria statunitense, segnando un evento inusuale ma fortemente simbolico. L’ex presidente, e probabile candidato repubblicano alle elezioni del 2026, ha definito l’incontro “positivo” e ha affermato che Powell sarebbe disposto a valutare una riduzione dei tassi d’interesse. Una dichiarazione che ha immediatamente acceso il dibattito sull’effettiva indipendenza della banca centrale americana, mentre i mercati attendono segnali più concreti su eventuali cambiamenti di rotta.


L’incontro si è svolto nella sede della Federal Reserve a Washington e ha avuto luogo in un clima di alta attenzione mediatica e politica. Trump ha ribadito la sua richiesta: tassi più bassi per sostenere la crescita economica, rilanciare gli investimenti e alleggerire il peso del debito pubblico. Powell, pur non commentando ufficialmente l’appuntamento, ha mantenuto nei giorni successivi la posizione ufficiale della Fed: le decisioni sulla politica monetaria saranno prese in base ai dati economici e non sotto pressione politica.


Per Trump, però, l’attuale livello dei tassi è ingiustificato e penalizzante. L’ex presidente ha criticato il fatto che, nonostante l’inflazione si stia progressivamente riducendo, la Fed mantenga ancora i tassi di riferimento tra il 5,25% e il 5,50%, un livello considerato “eccessivo” rispetto alle condizioni economiche attuali. In particolare, ha sottolineato come la politica monetaria restrittiva stia frenando il mercato immobiliare, scoraggiando i mutui e rendendo più onerosi i prestiti per famiglie e imprese.


Trump ha anche dichiarato che la situazione economica globale impone una revisione dell’approccio monetario. A suo avviso, l’Europa e altre grandi economie stanno già abbassando i tassi, e gli Stati Uniti rischiano di perdere competitività. L’ex presidente ha quindi invitato Powell ad agire rapidamente, prevedendo un primo taglio già entro la fine dell’estate.


Al centro della discussione c’è però un nodo molto più profondo: l’autonomia della Fed. L’istituzione guidata da Powell ha il compito di garantire la stabilità dei prezzi e la massima occupazione, ma lo fa in totale indipendenza dal potere esecutivo. Le dichiarazioni pubbliche di Trump rischiano di mettere in discussione questo equilibrio, alimentando il sospetto che la politica monetaria possa essere orientata da finalità elettorali, soprattutto in vista del voto del prossimo anno.


Già durante il suo primo mandato, Trump aveva più volte attaccato Powell, pur essendo stato lui stesso a nominarlo alla guida della Fed nel 2017. Le critiche dell’ex presidente si erano intensificate nei periodi in cui la banca centrale aveva deciso di alzare i tassi per contrastare l’inflazione, nonostante le proteste della Casa Bianca. Trump aveva persino minacciato di rimuovere Powell dal suo incarico, cosa che poi non avvenne. Oggi, a distanza di anni, il rapporto tra i due resta formalmente istituzionale ma segnato da profonde divergenze.


Il punto più controverso resta la possibilità che le pressioni dell’ex presidente possano realmente influenzare le prossime decisioni della Fed. Powell ha ribadito che ogni valutazione verrà compiuta esclusivamente sulla base dei dati macroeconomici, come il rallentamento dell’inflazione, la solidità del mercato del lavoro e le aspettative future di crescita. Tuttavia, i mercati hanno interpretato l’incontro come un possibile segnale di apertura verso una fase più accomodante, con un primo taglio dei tassi che potrebbe arrivare già tra settembre e dicembre.


Le critiche di Trump non si sono limitate alla politica monetaria. Durante l’incontro, avrebbe espresso anche perplessità sui costi della ristrutturazione in corso della sede della Fed, un progetto da quasi 2 miliardi di dollari definito da lui “un enorme spreco”. La questione ha sollevato un altro fronte polemico, con l’accusa da parte di Trump che Powell stia gestendo in modo poco trasparente le risorse dell’istituto.


L’intervento dell’ex presidente si inserisce in un momento di grande instabilità globale, con l’economia statunitense che cerca di mantenere una crescita stabile nonostante il rallentamento internazionale. La Fed si trova ora a dover calibrare una linea di equilibrio tra il controllo dell’inflazione – che si sta avvicinando al target del 2% – e la necessità di evitare una frenata eccessiva dell’economia. In questo contesto, le richieste politiche di Trump rischiano di generare una tensione istituzionale non trascurabile.


Anche tra i repubblicani le reazioni sono state contrastanti. Alcuni membri del Congresso hanno appoggiato la posizione dell’ex presidente, chiedendo una svolta monetaria per stimolare l’economia e ridurre il costo del debito federale. Altri, invece, hanno espresso timori per una possibile politicizzazione della Fed, ricordando che l’indipendenza dell’istituzione è un valore fondante del sistema economico americano.


Powell, dal canto suo, sembra determinato a non cedere alle pressioni. In una recente audizione al Senato, ha sottolineato che l’obiettivo della Fed è “difendere il valore del denaro e garantire la stabilità dei mercati”, evitando interventi affrettati o dettati da interessi esterni. Tuttavia, l’incontro con Trump e le dichiarazioni successive hanno inevitabilmente creato un’aspettativa sui mercati, che ora guardano con maggiore attenzione alle prossime mosse dell’istituto.


Il confronto tra Trump e Powell ha quindi riacceso il dibattito sull’equilibrio tra politica monetaria e governo, in un momento in cui la trasparenza delle decisioni e l’affidabilità delle istituzioni sono elementi cruciali per la fiducia degli investitori. Sullo sfondo resta una domanda che accompagna ormai da mesi la politica economica americana: la Fed sarà in grado di restare indipendente sotto la pressione di una campagna elettorale sempre più aggressiva?

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