Trump frena sui dazi del 100% alla Cina: “Non sono sostenibili, serve un accordo equo per tutelare l’industria americana e la stabilità globale”
- piscitellidaniel
- 17 ott 2025
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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sorpreso osservatori e mercati annunciando un cambio di tono nella politica commerciale verso la Cina. Dopo settimane di dichiarazioni dure e l’ipotesi di introdurre dazi fino al 100% su una serie di importazioni strategiche, il leader americano ha ammesso che una misura di tale portata “non sarebbe sostenibile nel lungo periodo” e ha invocato la necessità di “un accordo equo” con Pechino. Le parole di Trump segnano una possibile inversione di rotta nella strategia economica della Casa Bianca, che fino a pochi giorni fa sembrava orientata verso un nuovo confronto commerciale tra le due maggiori potenze mondiali.
Nel corso di un incontro con i rappresentanti dell’industria manifatturiera a Washington, il presidente ha dichiarato che gli Stati Uniti “devono proteggere la propria produzione interna senza compromettere la competitività delle imprese e il potere d’acquisto dei cittadini”. Trump ha riconosciuto che un innalzamento generalizzato dei dazi, sebbene efficace nel breve termine per ridurre la dipendenza dalle importazioni, avrebbe effetti inflazionistici e potrebbe danneggiare le catene di approvvigionamento globali di cui anche le aziende americane fanno parte. “Il nostro obiettivo non è punire la Cina, ma costruire un equilibrio commerciale più giusto”, ha affermato, aggiungendo che sono in corso contatti con Pechino per esplorare le basi di una nuova intesa economica.
Il cambio di tono arriva in un momento delicato per l’economia mondiale, segnata da tensioni geopolitiche, rallentamento della crescita e incertezza sui mercati. Gli analisti ritengono che le parole di Trump siano il segnale di un aggiustamento tattico: la Casa Bianca avrebbe preso atto delle difficoltà di imporre dazi elevati senza compromettere settori chiave dell’economia statunitense, come l’automotive, l’elettronica di consumo e l’energia rinnovabile. Molti produttori americani dipendono infatti da componenti e materiali provenienti dalla Cina, e un aumento dei costi di importazione si tradurrebbe inevitabilmente in rincari per i consumatori.
Le tensioni tra Stati Uniti e Cina si sono intensificate nelle ultime settimane, dopo che Pechino ha imposto contromisure a seguito delle restrizioni americane sulle esportazioni di tecnologie avanzate. In particolare, la Cina ha annunciato controlli più rigidi sulle forniture di terre rare e materiali critici per la produzione di semiconduttori e batterie, un settore strategico per la transizione energetica e per l’industria automobilistica globale. Trump ha ribadito che gli Stati Uniti “non accetteranno pratiche commerciali sleali o sussidi distorsivi”, ma ha riconosciuto che il dialogo resta l’unica via per evitare una guerra economica che danneggerebbe entrambe le parti.
Dietro le dichiarazioni pubbliche, si muove un intenso lavoro diplomatico. Secondo fonti vicine all’amministrazione, emissari americani e cinesi stanno lavorando a un pacchetto di misure reciproche per ridurre gli ostacoli commerciali e rilanciare le relazioni economiche bilaterali. Tra le ipotesi in discussione, la riduzione graduale dei dazi su alcuni prodotti industriali, l’apertura di nuovi canali di investimento diretto e una cooperazione tecnologica limitata in settori non strategici. L’obiettivo, secondo gli osservatori, è costruire un quadro stabile che permetta di contenere le tensioni senza rinunciare alla difesa degli interessi nazionali.
L’industria americana ha accolto con favore le parole del presidente, interpretandole come un segnale di pragmatismo dopo mesi di incertezza. Le principali associazioni di categoria, come la National Association of Manufacturers e la Camera di Commercio statunitense, avevano espresso preoccupazione per l’impatto che nuovi dazi avrebbero potuto avere su investimenti e occupazione. Molte aziende, in particolare nel settore automobilistico e tecnologico, avevano già avviato piani di diversificazione delle forniture per evitare l’aumento dei costi. Tuttavia, la complessità delle catene globali di produzione rende impossibile una separazione netta tra le due economie.
Anche i mercati finanziari hanno reagito positivamente alla svolta. Wall Street ha registrato un rialzo immediato dopo le dichiarazioni di Trump, con i titoli del settore manifatturiero e tecnologico in forte recupero. Il dollaro si è rafforzato e i rendimenti dei titoli del Tesoro sono aumentati, segnale della fiducia degli investitori in un clima commerciale più stabile. La borsa di Shanghai, pur restando cauta, ha beneficiato del miglioramento del sentiment, con il settore dell’export in leggera ripresa.
Il rallentamento della strategia protezionistica americana rappresenta anche un test per la politica interna. Trump deve bilanciare le pressioni provenienti dalle lobby industriali e dall’elettorato conservatore che chiede la difesa dell’occupazione domestica. L’annuncio di voler cercare un “accordo equo” appare come un tentativo di conciliare le due anime del trumpismo economico: da un lato, la volontà di riportare produzione e posti di lavoro negli Stati Uniti; dall’altro, la consapevolezza che l’isolamento commerciale rischierebbe di indebolire il sistema economico nel lungo periodo.
La Cina, dal canto suo, ha accolto con prudenza le dichiarazioni del presidente americano. Il ministero del Commercio di Pechino ha espresso “apprezzamento per l’intenzione di mantenere un dialogo costruttivo”, ma ha ribadito che qualsiasi accordo dovrà basarsi sul “principio del rispetto reciproco e della parità di trattamento”. Pechino chiede la revoca di alcune sanzioni imposte negli ultimi anni, in particolare quelle legate al settore tecnologico e all’export di microchip avanzati, che hanno colpito duramente colossi come Huawei e SMIC.
Gli osservatori internazionali ritengono che la posizione più moderata di Trump possa aprire una nuova fase nelle relazioni bilaterali, ma ricordano che il clima di fiducia resta fragile. Le tensioni strategiche tra Washington e Pechino vanno oltre il commercio e riguardano la leadership tecnologica, la sicurezza cibernetica e l’influenza geopolitica nell’Indo-Pacifico. Tuttavia, un dialogo economico stabile potrebbe rappresentare un primo passo verso una de-escalation più ampia.
L’amministrazione americana sta valutando anche una revisione complessiva delle politiche industriali interne, con nuovi incentivi alla produzione nazionale di semiconduttori, veicoli elettrici e batterie. Secondo Trump, la sicurezza economica passa dalla capacità degli Stati Uniti di “produrre ciò di cui hanno bisogno senza dipendere da Paesi che non condividono i nostri valori”. Tuttavia, la sostenibilità di questa strategia richiede cooperazione con i partner internazionali e un equilibrio tra apertura e protezione.
Il messaggio del presidente, pur non rappresentando un abbandono del protezionismo, segna una pausa strategica nella guerra commerciale più lunga e complessa degli ultimi decenni. Le sue parole, “non possiamo combattere tutti allo stesso tempo”, sintetizzano la nuova linea: difendere gli interessi americani senza isolarsi dal mondo, mantenendo la leadership attraverso il negoziato e la forza economica, più che con la logica dello scontro tariffario.

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