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Trump contro Powell: nuovi attacchi alla Federal Reserve agitano i mercati e sollevano timori sull'indipendenza della banca centrale

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è tornato a puntare il dito contro Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, in una serie di dichiarazioni pubbliche e messaggi su Truth Social che hanno suscitato forte attenzione nei circoli economici e politici. Trump ha definito Powell “uno stupido” e “un completo disastro”, accusandolo di agire sempre “in ritardo e nel modo sbagliato”, in un momento in cui la politica monetaria degli Stati Uniti è al centro di un delicato equilibrio tra controllo dell’inflazione e rallentamento della crescita.


Le accuse arrivano in un contesto segnato dall’introduzione di dazi generalizzati da parte dell’amministrazione Trump, con tariffe fino al 145% sui prodotti cinesi e imposte del 10% su tutte le merci importate da altri Paesi. Secondo il presidente, la Federal Reserve avrebbe dovuto rispondere a queste misure protezionistiche con un taglio immediato dei tassi di interesse, per stimolare l’economia interna e compensare eventuali ricadute sui consumatori. Powell, invece, ha mantenuto il costo del denaro stabile tra il 4,25% e il 4,5%, motivando la scelta con la necessità di monitorare l’effettivo impatto dei dazi sull’inflazione e sul mercato del lavoro.


La risposta di Powell non si è fatta attendere. Nel corso di un’audizione davanti alla commissione bancaria del Senato, ha difeso l’indipendenza della banca centrale, affermando che “la Federal Reserve non prende decisioni sulla base di pressioni politiche” e che “l’obiettivo primario resta la stabilità dei prezzi e la piena occupazione”. Il presidente della Fed ha aggiunto che l’economia statunitense sta mostrando segnali di rallentamento, ma che al momento non ci sono indicazioni sufficienti per modificare la politica monetaria in modo aggressivo.


Le parole di Trump hanno avuto un effetto immediato sui mercati finanziari. A Wall Street, il Dow Jones ha chiuso in calo dello 0,7%, mentre il Nasdaq ha perso l’1,2%. Gli analisti temono che la crescente frizione tra la Casa Bianca e la Fed possa minare la credibilità dell’istituzione monetaria e creare ulteriore volatilità. Il differenziale dei rendimenti sui titoli del Tesoro a due e dieci anni, indicatore spesso osservato per anticipare una recessione, si è ulteriormente ristretto dopo le dichiarazioni del presidente.


Non è la prima volta che Trump attacca Powell. Già durante il suo primo mandato, il presidente aveva definito il numero uno della banca centrale “un nemico peggiore della Cina”, in occasione di una precedente disputa sui tassi d’interesse. Tuttavia, con le elezioni presidenziali alle porte e la ripresa economica messa a rischio da uno scenario commerciale sempre più incerto, le tensioni tra l’esecutivo e la Fed si stanno intensificando, ponendo nuovi interrogativi sulla capacità di gestione economica del Paese.


Secondo fonti interne alla Casa Bianca, Trump non intende rimuovere Powell prima della scadenza del suo mandato nel 2026, ma sta valutando misure legislative per aumentare il controllo politico sulla banca centrale. Alcuni esponenti repubblicani vicini al presidente hanno proposto modifiche statutarie per rendere più flessibili i criteri di nomina del presidente della Fed o per limitarne il mandato. Tali proposte, tuttavia, incontrano forti resistenze nel Congresso, anche tra parte dei repubblicani, preoccupati per le implicazioni di un’ingerenza politica nell’autonomia dell’autorità monetaria.


Nel frattempo, Powell continua a difendere la linea della cautela. Gli ultimi dati macroeconomici, diffusi dal Bureau of Economic Analysis, mostrano un rallentamento del PIL nel primo trimestre (+0,8%) e un tasso di disoccupazione stabile al 4,2%. L’inflazione si è attestata al 2,6%, al di sopra dell’obiettivo della Fed ma in calo rispetto al 3,1% di fine 2024. La prossima riunione del FOMC, prevista per il 12-13 giugno, sarà cruciale per comprendere l’orientamento futuro della banca centrale, e si preannuncia già sotto la pressione politica più intensa degli ultimi anni.

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