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Trump contro Musk: senza i sussidi federali chiuderebbe e tornerebbe in Sudafrica

Donald Trump torna ad attaccare Elon Musk in modo diretto e personale, dopo settimane di tensione crescente tra l’ex presidente e il fondatore di Tesla e SpaceX. In un comizio tenutosi in Pennsylvania, Trump ha lanciato dure accuse nei confronti dell’imprenditore, affermando che senza il sostegno finanziario dei sussidi pubblici Musk non sarebbe riuscito a costruire il proprio impero economico e che, in assenza di tali fondi, “avrebbe chiuso bottega e sarebbe tornato in Sudafrica”.


Lo scontro tra i due uomini simbolo della destra americana si è acuito da quando Musk ha iniziato a criticare le politiche economiche proposte da Trump per un eventuale secondo mandato, in particolare il cosiddetto "One Big Beautiful Bill", un piano da 5 trilioni di dollari che secondo l'ex presidente dovrebbe sostenere con ampie misure il rilancio industriale statunitense. Musk ha definito il pacchetto “insostenibile e disastroso per il debito pubblico”, dichiarandosi apertamente contrario a qualunque forma di “sovraspesa statalista” che finirebbe per ricadere sui contribuenti.


Trump non ha gradito la presa di posizione del miliardario. Durante il suo intervento ha accusato Musk di essere un “falso eroe dell’industria” e ha insistito sul fatto che molte delle sue imprese esistono solo grazie all'intervento del governo federale. Ha ricordato come Tesla abbia beneficiato di crediti fiscali milionari per i veicoli elettrici e SpaceX abbia ottenuto contratti multimiliardari con la NASA e il Dipartimento della Difesa. “Elon è il più grande sussidiato d’America. Se non fosse per i soldi dei contribuenti, avrebbe chiuso tutto e sarebbe tornato a casa sua in Sudafrica”, ha detto il tycoon, tra gli applausi dei suoi sostenitori.


Le parole di Trump arrivano in un momento particolarmente delicato per Musk. Le sue aziende stanno affrontando crescenti pressioni interne e internazionali. Tesla ha visto una flessione del titolo in Borsa dopo la pubblicazione di dati sulle vendite inferiori alle attese. SpaceX, pur continuando a dominare il mercato dei lanci spaziali, è sotto esame per le sue relazioni con il Pentagono. Neuralink, l’altra società guidata da Musk, è stata oggetto di indagini da parte della Food and Drug Administration per possibili violazioni etiche nella sperimentazione umana.


In risposta agli attacchi, Musk ha replicato via social accusando Trump di usare la leva pubblica per minacciare imprenditori indipendenti. “Quello che propone è un’economia controllata dallo Stato, molto simile al socialismo che dice di combattere”, ha scritto sul suo profilo X. Ha inoltre dichiarato che, in caso di vittoria di Trump alle prossime presidenziali, valuterà la possibilità di trasferire il quartier generale di Tesla fuori dagli Stati Uniti.


Ma le tensioni non si fermano al piano politico. Trump ha fatto intendere che, se rieletto, potrebbe ordinare controlli fiscali e regolatori sulle società legate a Musk. Ha evocato l’uso del “Department of Government Efficiency”, noto anche come DOGE, come strumento di verifica e, se necessario, di sanzione. Un’agenzia nata proprio sotto l’amministrazione Trump per monitorare la spesa pubblica e che in passato Musk aveva lodato e persino contribuito a consigliare nella fase di avvio.


Lo scontro tra Trump e Musk non è solo personale ma ha ricadute dirette sul panorama industriale americano. I sussidi federali al settore automotive e aerospaziale sono tra i più importanti strumenti economici adottati negli ultimi decenni. Un eventuale taglio netto, come ventilato da Trump, avrebbe conseguenze significative non solo per le aziende di Musk, ma per l’intero ecosistema dell’innovazione negli Stati Uniti.


Molti osservatori leggono le dichiarazioni di Trump come parte di una strategia per consolidare il proprio controllo sul fronte imprenditoriale conservatore, dove Musk ha finora goduto di un ruolo predominante. Altri, più critici, evidenziano il rischio che un conflitto di questo tipo possa innescare un pericoloso precedente in cui il potere politico minaccia direttamente gli attori economici più rilevanti del Paese, spingendoli ad assumere posizioni sempre più polarizzate.

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