Trump attacca Powell e invoca l’intervento del board della Fed: scontro politico sulla politica monetaria americana
- piscitellidaniel
- 23 lug
- Tempo di lettura: 4 min
Donald Trump ha intensificato i suoi attacchi contro Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, accusandolo pubblicamente di danneggiare gli americani con una politica monetaria “inadeguata e miope”. L’ex presidente degli Stati Uniti, ora nuovamente candidato per la corsa alla Casa Bianca, ha chiesto apertamente al consiglio della Fed di agire per contenere i danni provocati, a suo dire, dalla gestione dell’attuale presidente dell’istituto centrale. Le dichiarazioni di Trump arrivano in un momento di crescente tensione sui mercati finanziari, in un contesto in cui ogni segnale politico diretto verso la banca centrale viene osservato con estrema attenzione dagli investitori internazionali.
Secondo Trump, Powell non sarebbe in grado di comprendere la reale sofferenza dell’economia americana e continuerebbe a mantenere i tassi di interesse troppo alti, ostacolando la crescita e aggravando le difficoltà per le famiglie e le imprese. L’ex presidente ha anche dichiarato che, con un taglio di tre punti percentuali, gli Stati Uniti risparmierebbero fino a mille miliardi di dollari l’anno tra interessi sul debito pubblico e oneri finanziari a carico dei cittadini. Una cifra enorme, che Trump ha utilizzato per lanciare un appello diretto ai membri del board della Federal Reserve, sollecitandoli a “fermare Powell” prima che sia troppo tardi.
Il mandato di Jerome Powell alla guida della Fed scadrà a maggio 2026, ma Trump ha più volte lasciato intendere di volerlo rimuovere prima, qualora venisse eletto presidente nel 2026. Le modalità di una possibile destituzione anticipata, tuttavia, sollevano molteplici interrogativi sul piano giuridico e istituzionale. La legge americana stabilisce che il presidente della Federal Reserve può essere rimosso solo per giusta causa, una formula vaga ma che, secondo numerosi esperti, non include il semplice dissenso sulle politiche monetarie. Trump, dal canto suo, sostiene che gli eccessivi costi sostenuti per la ristrutturazione della sede centrale della Fed – circa 2,5 miliardi di dollari – rappresentino un potenziale motivo valido per aprire un dossier disciplinare.
Le critiche dell’ex presidente si inseriscono in un contesto di forte politicizzazione della politica monetaria. Da mesi, Trump accusa la Fed di ostacolare la ripresa americana e di contribuire all’inflazione mantenendo i tassi troppo elevati per troppo tempo. Dall’altro lato, Powell ha ribadito in più occasioni che le decisioni dell’istituto sono basate esclusivamente sull’analisi dei dati economici e non rispondono a logiche politiche. Il presidente della Fed ha inoltre sottolineato che l’inflazione core, sebbene in calo, non ha ancora raggiunto un livello pienamente compatibile con l’obiettivo del 2%, rendendo prematuro ogni taglio drastico dei tassi.
Le parole di Trump hanno avuto un impatto immediato sui mercati. I rendimenti dei Treasury a breve termine sono aumentati, segno che gli investitori temono un ritorno dell’incertezza politica nella gestione monetaria americana. Anche il dollaro ha mostrato segnali di volatilità, mentre le aspettative sui tagli dei tassi si sono spostate più in là nel tempo, proprio a causa delle pressioni politiche percepite come destabilizzanti. Alcuni analisti hanno segnalato il rischio che la Fed possa essere percepita come meno indipendente nel caso in cui Powell venisse effettivamente sostituito per ragioni politiche e non tecniche.
Nel dibattito è intervenuto anche Mohamed El-Erian, noto economista ed ex amministratore delegato di Pimco, che ha espresso preoccupazione per il deterioramento del clima istituzionale intorno alla Fed. El-Erian ha addirittura suggerito che Powell potrebbe valutare le dimissioni per salvaguardare la credibilità dell’istituzione. Una posizione condivisa da altri accademici e operatori di mercato, che temono un’escalation nella guerra di dichiarazioni tra Powell e Trump. Altri economisti, come Alan Blinder – ex vicepresidente della Fed – hanno invece ammonito che un passo indietro del presidente attuale sarebbe un segnale di debolezza pericoloso e creerebbe un precedente in grado di minare l’autonomia futura della banca centrale.
Lo scontro tra Trump e Powell ha anche un significato simbolico profondo. Da un lato vi è la difesa di un modello tecnocratico, fondato su regole, dati e autonomia decisionale. Dall’altro, un approccio politico aggressivo, che mira a riprendere il controllo di tutti i centri nevralgici del potere economico, compresa la banca centrale. Questo scontro riflette la più ampia polarizzazione della società americana, divisa tra chi invoca stabilità e rigore istituzionale e chi invece reclama interventismo e politiche più orientate alla crescita, anche a costo di mettere in discussione alcuni principi fondanti della governance economica statunitense.
All’interno della stessa Federal Reserve, emergono segnali di incertezza. Alcuni membri del board, come Michelle Bowman, hanno aperto alla possibilità di valutare tagli dei tassi entro la fine dell’anno, qualora l’inflazione mostrasse segnali più convincenti di rallentamento. Altri, come Christopher Waller, continuano a mantenere una linea più prudente, sottolineando l’importanza di non cedere a pressioni esterne. Il risultato è un clima di divisione, che potrebbe rendere più difficile il raggiungimento di decisioni consensuali nei prossimi incontri del Federal Open Market Committee.
La partita è destinata a protrarsi nei prossimi mesi, mentre la campagna presidenziale entra nel vivo e le dinamiche politiche si intrecciano sempre più con quelle economiche. Trump appare intenzionato a fare della questione Powell un cavallo di battaglia, nel tentativo di dimostrare ai suoi elettori di poter cambiare la rotta anche delle istituzioni più autonome. La Fed, da parte sua, sarà chiamata a dimostrare che le sue scelte restano guidate dalla missione di contenere l’inflazione e sostenere la piena occupazione, indipendentemente dalle pressioni che provengono dalla politica.

Commenti