Trump attacca la Fed: “I tassi d’interesse dovrebbero essere 2 o 3 punti più bassi”
- piscitellidaniel
- 24 giu
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Donald Trump torna a puntare il dito contro la Federal Reserve, sostenendo che i tassi di interesse attuali siano eccessivamente alti e stiano penalizzando l’economia americana. Secondo l’ex presidente, i tassi dovrebbero essere inferiori di almeno due o tre punti percentuali rispetto al livello attuale. L’affermazione, arrivata durante una recente intervista televisiva, si inserisce in una strategia ormai consolidata di attacchi alla banca centrale, già oggetto di dure critiche durante il suo mandato.
Le parole di Trump arrivano in un momento in cui la politica monetaria della Fed è sotto osservazione da parte dei mercati. Dopo l’impennata dei tassi di riferimento tra il 2022 e il 2023, decisa per contrastare l’inflazione galoppante post-pandemia, il governatore Jerome Powell ha scelto una linea prudente: mantenere i tassi elevati finché i segnali di raffreddamento dell’economia non saranno chiari e stabili. Attualmente, il tasso dei Federal Funds si attesta tra il 5,25% e il 5,50%, un livello che non si vedeva da oltre vent’anni.
Trump ha definito questa politica “devastante per la crescita americana”, sostenendo che l’alto costo del denaro sta penalizzando l’accesso al credito per famiglie e imprese, rallentando investimenti e consumi. Secondo l’ex presidente, la situazione attuale è aggravata da una leadership della Fed che “non ha capito il momento economico” e che “sta alimentando una stagnazione artificiale”.
L’ex presidente, che ha già ufficializzato la sua candidatura per le elezioni del 2024, ha anche suggerito che, se rieletto, interverrebbe sul funzionamento della banca centrale. Pur non esplicitando quali misure intenda adottare, ha fatto intendere che il ruolo della Fed andrebbe “modernizzato” per evitare che una “casta di tecnocrati” condizioni l’andamento dell’economia a scapito della volontà popolare. Un messaggio chiaramente diretto alla base elettorale conservatrice, già diffidente verso le istituzioni indipendenti e l’apparato federale.
Nel mondo finanziario, le dichiarazioni di Trump hanno suscitato reazioni contrastanti. Alcuni investitori hanno accolto con favore l’idea di un allentamento della stretta monetaria, nella speranza che una riduzione dei tassi possa stimolare i mercati azionari e immobiliari. Altri, invece, temono che un eventuale ritorno di Trump alla Casa Bianca possa minare l’indipendenza della Fed e introdurre un alto grado di incertezza nella politica economica statunitense.
Nel frattempo, Powell ha ribadito che ogni decisione sui tassi sarà presa sulla base dei dati, senza cedere a pressioni politiche. Il governatore ha difeso l’operato della banca centrale, sostenendo che l’aumento dei tassi ha contribuito a riportare l’inflazione verso l’obiettivo del 2%, pur riconoscendo che l’atterraggio dell’economia americana potrebbe rivelarsi più difficile del previsto. La Fed prevede ancora una possibile riduzione graduale dei tassi entro la fine del 2025, ma solo se il contesto lo consentirà.
Le dichiarazioni di Trump si inseriscono in una narrativa più ampia, che mira a presentarlo come l’unico leader in grado di “salvare l’economia americana”. Nei suoi interventi, l’ex presidente continua a enfatizzare i risultati economici ottenuti durante il suo primo mandato, come la crescita dell’occupazione e la riduzione delle imposte, e accusa l’amministrazione Biden di aver “sprecato” quei successi con politiche inflazionistiche e miopi.
Il confronto tra le due visioni economiche — quella di una Fed prudente e indipendente e quella di un esecutivo interventista e orientato alla crescita — sarà uno dei temi centrali della campagna elettorale. Le elezioni presidenziali del 2024 si annunciano quindi come un referendum anche sulla politica monetaria e sul ruolo delle istituzioni centrali nell’equilibrio dei poteri.
Nel frattempo, l’economia americana mostra segnali misti. L’inflazione si è ridotta rispetto ai picchi del 2022, ma rimane superiore all’obiettivo della Fed. Il mercato del lavoro resta solido, con un tasso di disoccupazione stabile intorno al 4%, ma l’aumento dei costi del credito sta frenando la domanda di mutui e finanziamenti alle imprese. Alcuni settori, come quello immobiliare e dell’auto, stanno risentendo in modo particolare della stretta monetaria.
La posizione di Trump si colloca all’interno di una corrente più ampia di pensiero politico-economico che ritiene eccessiva l’indipendenza delle banche centrali e auspica un ritorno a un controllo più diretto da parte degli organi elettivi. Questa visione, sebbene minoritaria negli ambienti accademici e istituzionali, sta trovando nuova forza grazie al malcontento diffuso per l’andamento dei prezzi e la percezione di un rallentamento dell’economia reale.
Il dibattito è destinato a intensificarsi nei prossimi mesi, soprattutto se la Fed manterrà invariati i tassi fino al 2025. Gli osservatori politici ed economici seguiranno con attenzione non solo le decisioni di politica monetaria, ma anche le reazioni del mondo politico, consapevoli che il futuro delle relazioni tra governo ed enti regolatori potrebbe essere messo in discussione da una nuova amministrazione con visioni radicalmente diverse.

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