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Trump annuncia l’accordo tra Israele e Hamas: la prima fase del piano per Gaza apre una fragile speranza di tregua

Donald Trump ha annunciato che Israele e Hamas hanno sottoscritto la prima fase del suo piano per Gaza, definendolo un passo storico verso la fine del conflitto iniziato due anni fa. Secondo quanto reso noto dal team dell’ex presidente americano, l’intesa prevede il rilascio di tutti gli ostaggi, un parziale ritiro delle truppe israeliane e l’avvio di un percorso di stabilizzazione della Striscia sotto supervisione internazionale. L’annuncio, diffuso attraverso il social Truth e confermato da fonti diplomatiche a Washington e Gerusalemme, rappresenta il primo risultato concreto dei negoziati condotti nelle ultime settimane con la mediazione di Qatar, Egitto e Turchia. Tuttavia, restano numerose incognite sulla reale tenuta dell’accordo e sulla possibilità di trasformarlo in un cessate il fuoco duraturo.


Il piano, elaborato da Trump e dal suo consigliere Steve Witkoff, prevede tre fasi. La prima, appena avviata, riguarda la liberazione di tutti gli ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas, vivi o deceduti, in cambio del rilascio da parte di Israele di centinaia di detenuti palestinesi, inclusi alcuni condannati per reati gravi. Contestualmente, Israele ritirerà una parte delle proprie forze armate da Gaza, tracciando una linea di sicurezza condivisa con la supervisione di osservatori internazionali. Questo ritiro non rappresenta però una fine dell’occupazione militare, ma un segnale politico di apertura, utile a favorire la prosecuzione dei colloqui verso la seconda fase, dedicata alla smilitarizzazione della Striscia.


La notizia arriva in un momento carico di significato simbolico: l’anniversario dell’attacco del 7 ottobre 2023, che provocò migliaia di vittime e scatenò la guerra più lunga e sanguinosa tra Israele e Hamas. Trump ha scelto proprio questa data per presentarsi come artefice di un nuovo equilibrio regionale, parlando di un “giorno di speranza per il Medio Oriente e per il mondo”. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha confermato la firma del documento, precisando che il gabinetto di sicurezza dovrà ratificarne i contenuti prima dell’attuazione definitiva. All’interno del governo israeliano, però, non manca il dissenso: i partiti più conservatori giudicano prematuro ogni ritiro, temendo che Hamas possa riorganizzarsi militarmente e sfruttare la tregua per rafforzarsi.


Dal lato palestinese, Hamas ha accettato il testo proposto da Trump solo dopo aver ottenuto garanzie sul rilascio dei prigionieri e sull’impegno a non imporre un’amministrazione esterna di Gaza senza il consenso della popolazione. Tuttavia, il movimento islamista mantiene una posizione ambigua sul disarmo, che resta il punto più delicato di tutta la trattativa. Fonti vicine ai negoziatori hanno riferito che il gruppo ha accettato di sospendere la produzione di armi e l’addestramento militare per la durata della tregua, ma non di consegnare l’arsenale né di sciogliere le proprie brigate armate. Un compromesso fragile, che potrebbe esplodere al primo episodio di violenza.


Il testo dell’intesa, secondo le indiscrezioni, non contiene riferimenti precisi alla governance futura della Striscia di Gaza. Trump ha ipotizzato la creazione di un “Consiglio civile palestinese” formato da rappresentanti locali e da tecnici internazionali, incaricato di gestire i servizi essenziali e la ricostruzione. L’idea non è nuova: già nel piano presentato da Washington nel 2020 si parlava di una “autorità amministrativa temporanea” sotto controllo multinazionale. Ma questa formula non è mai stata accettata né da Hamas, che la considera una forma di occupazione mascherata, né da Israele, che teme un ritorno di figure legate all’Autorità Nazionale Palestinese.


Sul piano internazionale, la reazione è stata cauta. L’Unione Europea ha accolto con favore la notizia, sottolineando la necessità che “ogni accordo includa il rispetto del diritto internazionale e la protezione dei civili”. Anche il segretario generale dell’ONU, António Guterres, ha parlato di “un passo nella giusta direzione”, ma ha avvertito che “la pace sarà possibile solo se basata su una soluzione politica duratura”. Molto più fredda la reazione dell’Iran, che ha accusato Trump di voler imporre una “pace di facciata” per rafforzare la sua immagine in vista delle elezioni americane. In realtà, il tycoon sta sfruttando il momento per riaffermare il proprio ruolo di leader globale, in un contesto in cui l’amministrazione Biden aveva progressivamente perso peso nella regione.


Il processo di mediazione ha richiesto settimane di contatti segreti. A coordinare i colloqui è stato il Qatar, mentre l’Egitto ha garantito il canale di comunicazione con i vertici di Hamas. La Turchia, dal canto suo, ha fornito supporto logistico e ha ottenuto che parte delle truppe israeliane si ritirino entro un perimetro non oltre Rafah, riducendo la pressione sulle aree civili. Gli Stati Uniti, invece, hanno promesso aiuti umanitari immediati per la ricostruzione delle infrastrutture distrutte, condizionandoli però al mantenimento del cessate il fuoco.


Resta incerto come verrà garantito il rispetto degli impegni. Non esiste, al momento, un meccanismo di verifica congiunta o una forza di interposizione internazionale capace di intervenire in caso di violazione. Se Hamas decidesse di riaprire le ostilità o Israele ritardasse il ritiro, il rischio di un nuovo ciclo di violenze sarebbe altissimo. Per questo gli osservatori invitano alla prudenza: la tregua potrà consolidarsi solo se accompagnata da un processo politico più ampio, che includa la prospettiva di uno Stato palestinese e una garanzia di sicurezza per Israele.


Nel frattempo, a Gaza la notizia è stata accolta con un misto di speranza e scetticismo. Le famiglie degli ostaggi attendono conferme sul rilascio, mentre migliaia di civili palestinesi continuano a vivere in condizioni drammatiche, tra macerie, scarsità di acqua e carenza di elettricità. La popolazione teme che, come già accaduto in passato, le promesse di pace restino sulla carta. Tuttavia, dopo mesi di bombardamenti e isolamento, anche un fragile cessate il fuoco appare come un sollievo.


Il cosiddetto “piano Trump per Gaza” resta dunque una scommessa: un tentativo di interrompere un conflitto apparentemente interminabile attraverso una diplomazia costruita su equilibrio e calcolo politico. La prima fase, pur non risolvendo i nodi fondamentali — disarmo, governance e riconciliazione — apre almeno una finestra di dialogo. E in una regione dove ogni spiraglio è stato soffocato dalla guerra, questo potrebbe rappresentare, se non una svolta, almeno una tregua reale, anche se precaria.

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