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Tregua tra Israele e Iran sotto pressione: allarmi aerei e tensione crescente nonostante l’accordo

L’annuncio di una tregua tra Israele e Iran, mediata nei giorni scorsi attraverso una serie di canali diplomatici informali con il coinvolgimento di attori regionali e internazionali, avrebbe dovuto segnare una svolta decisiva nella spirale di escalation che da settimane agita il Medio Oriente. Ma le prime ore successive all’entrata in vigore dell’accordo sembrano smentire ogni previsione ottimistica. I media iraniani hanno confermato che l’intesa sarebbe entrata in vigore nella giornata del 23 giugno, ma nello stesso arco di tempo si sono registrati nuovi allarmi aerei nel nord e nel centro di Israele, facendo temere l’ennesimo fallimento di un cessate il fuoco mai davvero rispettato.


La tregua è frutto di intensi negoziati indiretti, portati avanti soprattutto tramite la mediazione del Qatar e del Sultanato dell’Oman. L’obiettivo dichiarato delle parti era quello di disinnescare la crisi in corso dopo settimane di scontri e attacchi incrociati, in particolare a partire dall’aggressione israeliana a installazioni militari iraniane nella regione di Isfahan e dalla successiva risposta missilistica iraniana verso obiettivi israeliani e statunitensi nella regione. Tuttavia, l’accordo, pur siglato, si basa su condizioni estremamente fragili: da un lato Israele pretende il completo arresto delle operazioni delle milizie alleate dell’Iran in Siria e Libano; dall’altro Teheran chiede il ritiro delle forze israeliane da specifiche zone di controllo e la fine delle incursioni aeree.


Nonostante la comunicazione ufficiale dell’avvio della tregua, numerosi segnali sembrano indicare che la situazione sul terreno rimane altamente instabile. Nel nord di Israele, tra Haifa e la Galilea occidentale, diverse sirene d’allarme sono scattate a seguito del rilevamento di oggetti volanti sospetti provenienti da direzione orientale, innescando la pronta attivazione delle batterie antimissile Iron Dome. Anche nei pressi di Tel Aviv e nelle aree periferiche di Gerusalemme, la popolazione ha ricevuto notifiche via cellulare per ripararsi in rifugi, a dimostrazione della tensione costante che pervade il Paese.


Fonti della sicurezza israeliana, pur senza confermare attacchi diretti, hanno riferito di lanci isolati di droni e razzi a bassa gittata provenienti da milizie sciite operanti in Siria, legate all’apparato della Forza Quds iraniana. Secondo le autorità, si tratterebbe di iniziative autonome non coordinate direttamente da Teheran, ma che comunque rischiano di minare la già labile fiducia tra le parti. Anche all’interno dello stesso governo israeliano emergono fratture tra chi vorrebbe proseguire con una risposta immediata e chi preferisce attendere per evitare di compromettere i delicati equilibri diplomatici.


Sul versante iraniano, la stampa di Stato conferma l’impegno a rispettare l’accordo, ma alcuni media vicini ai Pasdaran denunciano contemporaneamente movimenti sospetti di truppe israeliane al confine siriano e in prossimità del Golan, accusando lo Stato ebraico di preparare nuovi raid “preventivi”. Il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano si è riunito in sessione straordinaria nelle ultime ore, anche alla luce delle notizie diffuse da osservatori internazionali circa il sorvolo di droni di ricognizione statunitensi su porzioni del territorio occidentale dell’Iran, interpretati da Teheran come segnali di una possibile escalation.


L’opinione pubblica nei due Paesi appare divisa. In Israele si alternano richieste di fermezza assoluta nei confronti dell'Iran a istanze di de-escalation per evitare un conflitto su vasta scala che potrebbe coinvolgere anche Hamas, Hezbollah e le forze americane nella regione. In Iran, il governo è sottoposto a forti pressioni da parte delle ali più radicali dell’establishment religioso-militare, che vedono nella tregua un cedimento inaccettabile, soprattutto alla luce delle vittime civili causate dai bombardamenti israeliani dei giorni scorsi.


La comunità internazionale osserva con apprensione lo sviluppo degli eventi. L’Unione Europea ha espresso cauto ottimismo per l’entrata in vigore dell’accordo, ma ha anche sottolineato la necessità di “fatti concreti e verificabili” sul rispetto del cessate il fuoco. Le Nazioni Unite hanno invitato entrambe le parti a mantenere la calma e a evitare provocazioni, mentre la Russia e la Cina hanno espresso il proprio sostegno a una soluzione diplomatica duratura, pur mantenendo una posizione defilata sul piano operativo.


Gli analisti più esperti concordano sul fatto che la tregua rischia di essere più simbolica che sostanziale, almeno in questa fase. Le condizioni poste sono troppo vaghe e gli attori coinvolti troppo numerosi e poco coordinati per poter garantire una cessazione duratura delle ostilità. Le milizie sciite in Iraq, Libano e Siria, pur formalmente legate all’Iran, godono spesso di un’autonomia tattica che rende difficile per Teheran il pieno controllo delle operazioni sul campo.


In parallelo, si teme che eventuali errori di calcolo o attacchi di gruppi non controllati possano far ripiombare la regione nel caos in poche ore. I prossimi giorni saranno determinanti per capire se la tregua reggerà oppure se si trasformerà nell’ennesimo episodio di tregua fallita in una storia lunga decenni fatta di guerra, diplomazia e sospetti reciproci.

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