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Tregua immediata tra Cambogia e Thailandia al vertice di Kuala Lumpur, decisivo l’intervento degli Stati Uniti

Si è svolto oggi a Kuala Lumpur, nella residenza ufficiale del primo ministro malese Anwar Ibrahim, il vertice straordinario tra Cambogia e Thailandia. L’incontro, organizzato d’urgenza con il sostegno diplomatico degli Stati Uniti, ha portato alla firma di un accordo per un cessate il fuoco immediato e incondizionato, dopo cinque giorni di scontri armati lungo il confine tra i due Paesi. L’intesa, presentata come il primo vero passo verso la de-escalation, entrerà in vigore alla mezzanotte del 28 luglio e sarà sottoposta a monitoraggio multilaterale.


Al tavolo negoziale hanno preso parte i capi delle due delegazioni governative: per la Cambogia, il primo ministro Hun Manet; per la Thailandia, il vicepremier ad interim Phumtham Wechayachai. A fare da garante del vertice è stato il premier malese Anwar Ibrahim, in qualità di presidente di turno dell’ASEAN, l’organizzazione regionale del sud-est asiatico. I lavori si sono svolti a porte chiuse, ma in un clima descritto come teso dai presenti. La pressione diplomatica degli Stati Uniti è stata determinante per superare lo stallo, dopo che entrambi i governi si erano reciprocamente accusati di provocazioni e atti ostili.


Gli scontri tra Cambogia e Thailandia sono scoppiati lungo il confine settentrionale, in particolare nelle aree contese di Preah Vihear e Ta Muen Thom, zone ricche di significato storico e religioso. Nei giorni precedenti al vertice si erano verificati intensi bombardamenti, utilizzo di artiglieria pesante, e secondo alcune testimonianze, l’impiego di ordigni proibiti come le bombe a grappolo da parte dell’esercito thailandese. I combattimenti hanno causato almeno 35 morti, tra soldati e civili, e oltre 300.000 sfollati. Tra questi, più di 140.000 cambogiani e circa 138.000 thailandesi hanno dovuto abbandonare le proprie case o interrompere le attività lavorative transfrontaliere.


Le scene di devastazione, trasmesse anche dai media internazionali, hanno generato reazioni forti da parte dell’opinione pubblica regionale e preoccupazione in seno alla comunità diplomatica. Il rischio concreto di una guerra su larga scala tra due Paesi membri dell’ASEAN ha spinto Washington a un’azione di mediazione rapida e incisiva. Il presidente statunitense ha inviato un messaggio diretto a entrambi i governi, avvertendo che in assenza di una cessazione delle ostilità sarebbero stati sospesi tutti i negoziati commerciali e imposte misure sanzionatorie. L’amministrazione americana ha anche minacciato la revoca di agevolazioni tariffarie in corso e l’interruzione di programmi bilaterali di cooperazione economica.


Da parte sua, la Cina ha mantenuto un ruolo più discreto ma non secondario, sostenendo formalmente gli sforzi per la stabilizzazione dell’area e offrendo supporto tecnico per il monitoraggio della tregua. Il coinvolgimento delle due principali potenze mondiali ha indubbiamente influenzato le scelte finali delle delegazioni, che fino a ieri si mostravano irrimediabilmente distanti. La Cambogia, in particolare, aveva inviato una richiesta formale al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per denunciare la violazione della propria sovranità territoriale da parte della Thailandia. Bangkok aveva risposto respingendo ogni accusa e parlando di legittima difesa in seguito ad attacchi preventivi da parte di forze cambogiane nei pressi del confine.


Il primo ministro cambogiano Hun Manet ha dichiarato che l’accordo rappresenta “un segnale importante di maturità politica e responsabilità verso i cittadini di entrambi i Paesi”, e ha aggiunto che la Cambogia si impegnerà a rispettare pienamente il cessate il fuoco. Meno entusiasta si è mostrata la parte thailandese. Il vicepremier Phumtham Wechayachai ha parlato di “tregua necessaria” ma ha anche lasciato intendere una certa diffidenza nei confronti dell’effettiva volontà cambogiana di evitare future provocazioni. Ha inoltre ribadito che l’esercito thailandese resterà in stato di massima allerta lungo il confine, almeno finché non sarà verificato il pieno rispetto degli impegni assunti.


Dal punto di vista logistico, l’accordo prevede la creazione di una commissione congiunta ASEAN per il monitoraggio sul campo, con l’invio di osservatori civili e militari da Paesi terzi della regione. Il contingente avrà il compito di segnalare eventuali violazioni e riferire su base settimanale alle autorità diplomatiche. Una parte rilevante dell’intesa riguarda la restituzione dei prigionieri catturati durante gli scontri e l’apertura di corridoi umanitari per permettere il ritorno sicuro delle popolazioni sfollate.


Le organizzazioni umanitarie internazionali hanno accolto con favore la tregua, sottolineando la gravità della situazione umanitaria nelle aree coinvolte. In molte province cambogiane al confine, i sistemi sanitari locali sono al collasso, le forniture di medicinali sono state interrotte e i centri di accoglienza sono ormai saturi. La Croce Rossa asiatica ha lanciato un appello urgente per ricevere fondi e beni di prima necessità, mentre le autorità tailandesi hanno istituito tendopoli temporanee nella regione di Sisaket, in attesa di una possibile de-escalation stabile.


Nei prossimi giorni saranno cruciali i passi concreti messi in atto dalle due parti. Le parole dei leader dovranno tradursi in atti verificabili e continuativi. L’intesa raggiunta oggi rappresenta un risultato significativo, ma resta fragile e soggetta a molte variabili. L’ASEAN, la comunità internazionale e le popolazioni locali attendono i primi segnali concreti della sua applicazione.

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