Thailandia, eletto il terzo primo ministro in due anni: la crisi politica non si arresta
- piscitellidaniel
- 5 set
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La Thailandia ha un nuovo primo ministro, il terzo nel giro di appena due anni. Un dato che da solo descrive la profondità della crisi politica che attraversa il Paese, segnato da lotte intestine tra partiti, tensioni con l’establishment militare e richieste sempre più pressanti di riforme da parte della società civile. L’elezione è avvenuta dopo giorni di negoziati serrati in Parlamento, con una maggioranza risicata che riflette la fragilità dell’attuale sistema politico.
Il nuovo premier, espressione di una coalizione eterogenea, si troverà ad affrontare un compito estremamente complesso. Il governo che lo ha preceduto è caduto per mancanza di sostegno parlamentare, logorato da conflitti interni e incapace di attuare le riforme promesse. Anche il precedente esecutivo non era riuscito a completare il mandato, travolto da accuse di corruzione e da pressioni esterne. La rapida successione di leader ha reso evidente l’instabilità istituzionale che mina la capacità della Thailandia di mantenere continuità politica ed economica.
L’instabilità non è una novità per il Paese. Negli ultimi decenni la Thailandia ha vissuto frequenti cambi di governo, colpi di Stato militari e conflitti aperti tra i diversi centri di potere. La monarchia, l’esercito e le élite economiche hanno spesso svolto un ruolo determinante, influenzando le scelte politiche e ridimensionando il peso delle istituzioni democratiche. Questa dinamica ha impedito lo sviluppo di un sistema stabile e trasparente, lasciando spazio a continue tensioni che si ripercuotono sulla vita politica e sociale.
Le elezioni che hanno portato all’elezione del nuovo premier si sono svolte in un clima di forte polarizzazione. Da un lato, i partiti legati all’establishment tradizionale, sostenuti dai militari e dalle élite conservatrici; dall’altro, le forze progressiste che chiedono riforme strutturali, maggiore trasparenza e una revisione del ruolo dell’esercito nella vita politica. La nuova maggioranza è frutto di compromessi tra forze molto diverse, e questo rischia di renderla fragile sin dall’inizio.
Le reazioni della popolazione sono state contrastanti. Una parte dell’opinione pubblica accoglie con scetticismo l’ennesimo cambio di leadership, temendo che si ripeta lo stesso copione degli ultimi anni, fatto di promesse disattese e governi incapaci di durare. Altri vedono invece una possibilità di ripartenza, seppur tra mille difficoltà. Le manifestazioni di piazza non si sono fermate e i movimenti giovanili, protagonisti delle proteste degli ultimi anni, continuano a chiedere riforme radicali, inclusa una maggiore democratizzazione delle istituzioni.
L’economia thailandese, intanto, paga le conseguenze di questa instabilità politica. Gli investitori guardano con crescente cautela a un Paese che non riesce a garantire continuità di governo, mentre il settore turistico – fondamentale per il prodotto interno lordo – fatica a tornare ai livelli pre-pandemia. L’incertezza politica rende più difficile attuare politiche di sostegno alla crescita e agli investimenti, mentre le disuguaglianze sociali si ampliano, alimentando ulteriore malcontento.
Sul piano internazionale, la Thailandia mantiene un ruolo importante nel sud-est asiatico, ma la sua instabilità rischia di indebolirne l’influenza. I rapporti con i vicini dell’ASEAN restano strategici, così come le relazioni con Cina e Stati Uniti, entrambi interessati a mantenere salda la cooperazione con Bangkok. Tuttavia, la frequente rotazione dei leader rende complicato costruire una politica estera coerente e affidabile, lasciando margini di incertezza nei rapporti con i partner.
Il nuovo premier dovrà quindi affrontare una duplice sfida: da un lato garantire la stabilità interna, dall’altro rafforzare la credibilità internazionale del Paese. Le priorità immediate riguardano la gestione dell’economia, con interventi mirati a sostenere l’occupazione e a rilanciare il turismo, e il tentativo di ricostruire un dialogo politico che eviti nuove fratture. Non sarà semplice, considerata la fragilità della coalizione che lo sostiene e le pressioni provenienti sia dall’opposizione che dall’opinione pubblica.
Molti osservatori internazionali ritengono che la Thailandia si trovi a un bivio storico. Se non riuscirà a costruire un sistema politico stabile e trasparente, rischia di restare intrappolata in un ciclo infinito di crisi e cambi di leadership. Al contrario, un governo capace di durare e di avviare riforme strutturali potrebbe rappresentare una svolta in grado di restituire fiducia ai cittadini e agli investitori.
L’elezione del terzo primo ministro in due anni diventa quindi il simbolo di una democrazia fragile, ancora alla ricerca di un equilibrio tra spinte modernizzatrici e resistenze dell’establishment. Un equilibrio che, fino a oggi, non è mai stato raggiunto e che continua a definire la traiettoria politica della Thailandia contemporanea.

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