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Terra spezzata: la frana apocalittica che ha cancellato Tarasin, oltre mille vittime e la resistenza tra le macerie

Nella notte del 31 agosto 2025, un’intera comunità del Darfur è stata travolta da un evento devastante che ha stravolto l’esistenza stessa di Tarasin, un villaggio nei Monti Marra. Tempeste di pioggia incessanti hanno saturato il terreno, provocando una gigantesca frana che ha cancellato case, strade, coltivazioni e vite umane in pochi istanti. Le montagne, una volta rifugio sicuro per sfollati in fuga da violenze e conflitti, sono diventate luogo di morte.


L’evento si annuncia come una delle catastrofi naturali più tragiche registrate di recente nella regione: fonti locali riferiscono che oltre mille persone, abitanti di Tarasin, hanno perso la vita. La devastazione è stata totale: ogni struttura è stata polverizzata, e il villaggio è stato spianato ai piedi dei pendii montuosi. Solo una persona è riuscita a sopravvivere ed è sopravvissuta alla furia degli elementi, testimonianza unica e dolorosa dell’intero dramma.


La risposta al disastro è stata immediata, ma è stata resa quasi impossibile dalla condizione della zona. I Monti Marra, isolati e impervi, sono accessibili solo a piedi o con carichi trasportati da asini, rendendo inutilizzabili i tradizionali veicoli da soccorso. Inoltre, la fragilità istituzionale resa ancora più evidente dal conflitto armato in corso tra esercito e forze paramilitari, ha ostacolato ogni tentativo di mobilitazione. Le organizzazioni locali, guidate dal movimento ribelle che controlla l’area, hanno lanciato appelli urgenti affinché l’aiuto internazionale arrivi con mezzi aerei o terrestri, capaci di superare le barriere fisiche e politiche.


La frana ha avuto un impatto immediato e duraturo sul tessuto sociale ed economico della regione. Gli abitanti avevano costruito il villaggio utilizzando risorse essenziali come mattoni di terra e raccolti stagionali: agrumi, raccolti di sussistenza, scorte di grano. Tutto è stato sommerso, distrutto, rimosso. Le famiglie disperse non dispongono più di riserve alimentari, né di abiti, né di materiali per ricostruire uno spazio vitale. Anche l’accesso a fonti d’acqua pulita è compromesso, con pozzi otturati, cisterne o contaminati, costringendo i superstiti a cercare nuove fonti idriche in un territorio ormai spietato.


In un contesto dove persino le strutture sanitarie e umanitarie erano già sull’orlo del collasso, l’emergenza si fa ancora più intricata. Gli ospedali e i punti di primo soccorso erano già ridotti all’essenziale, con personale medico disperso, forniture farmaceutiche esaurite o inesistenti e difficoltà logistiche per raggiungere le aree colpite. Tra i bisogni urgenti: assistenza per ferite da schiacciamento, prevenzione settica, vaccinazioni antitetaniche, antibiotici e supporto per disidratazione. Anche organizzare vie di trasporto per evacuare i feriti diventa una sfida ardua in assenza di corridoi umanitari sicuri.


Il disastro si innesta su un dramma più profondo: il conflitto in Sudan, iniziato in aprile 2023, ha già causato cifre catastrofiche in termini di vittime e sfollati. In particolare, il Darfur è una delle aree più colpite: decine di migliaia di civili uccisi e milioni costretti a lasciare le proprie case. Le forze paramilitari e l’esercito regolare si affrontano senza sosta, trasformando ogni villaggio in un potenziale campo di battaglia civico. Bandi umanitari vengono ostracizzati, corridoi bloccati, prestazioni mediche compromesse.


L’assenza di infrastrutture governative efficaci e la difficoltà di intervento delle organizzazioni internazionali creano un vuoto pericoloso. Le popolazioni colpite dalla frana di Tarasin si trovano isolate, senza mezzi adeguati per ottenere cibo, acqua o assistenza sanitaria. Il rischio è che alla tragedia naturale si unisca un disastro umanitario secondario, con epidemie, crisi alimentari e disgregazione sociale.


Anche le conseguenze psicologiche pesano enormemente. I superstiti affrontano un trauma enorme: perdita di familiari, distruzione di luoghi familiari, senso di abbandono. Le dinamiche comunitarie, fondamentali nel tessuto rurale, sono irrimediabilmente compromesse. La radio diventa l’unico mezzo per comunicare, mentre si cerca di organizzarsi tra i detriti, appoggiandosi a leader tradizionali e autorità religiose per gestire i lutti, trovare spazi per sepolture dignitose e coordinare aiuti.”


La frana ha rilevanza simbolica, rivelando come la fragilità ambientale si intrecci con quella istituzionale. Le piogge torrenziali, amplificate da un terreno già eroso da deforestazione, incendi o pratiche agricole inadeguate, hanno agito come catalizzatori di un disastro prevedibile ma al tempo stesso ineluttabile. La frana non è un evento isolato, ma il risultato di anni di gestione territoriale assente, di politiche statali frammentarie, di conflitti e disuguaglianze.


Il crollo di Tarasin esige una risposta umanitaria massiccia e coordinata, capace di raccogliere il testimone di una comunità spazzata via. Recuperare i corpi, garantire dignità ai defunti, sostenere i superstiti, ricostruire parzialmente le condizioni minime per vivere: questi sono gli obiettivi immediati, ma il vero banco di prova sarà la capacità di trasformare dolore e distruzione in un impegno concreto verso la protezione dei più vulnerabili.

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