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Tensioni tra Thailandia e Cambogia: famiglie al potere, rivalità dinastiche e crisi diplomatica tra interessi personali e strategici

La crisi diplomatica tra Thailandia e Cambogia, che si è intensificata nell’estate del 2025 con scontri al confine e recriminazioni reciproche, si arricchisce ora di un elemento inedito: il coinvolgimento, diretto o indiretto, delle famiglie al potere nei due Paesi. La disputa territoriale che ha come epicentro l’area di confine contesa, in particolare la regione del tempio Preah Vihear e il promontorio di Chong Bok, ha assunto anche i contorni di un conflitto tra dinastie politiche emergenti e consolidate. Il confronto non è più solo militare o geopolitico: è anche personale, generazionale e simbolico.


Da un lato c’è la Thailandia, guidata oggi da un governo tecnico-militare formalmente guidato dal primo ministro Srettha Thavisin, espressione del Pheu Thai Party, ma in realtà sostenuto da un equilibrio precario tra poteri costituzionali, forze armate e monarchia. Dall’altro lato, la Cambogia post-Hun Sen è controllata dal figlio del leader storico, Hun Manet, che ha preso le redini del potere nel 2023 e ha mantenuto una stretta continuità con il passato, fondendo controllo politico, legami economici con Pechino e una struttura di potere familiare.


Nel quadro delle tensioni recenti, l’elemento personale è esploso con la diffusione di un’intercettazione telefonica attribuita al principe Dipangkorn Rasmijoti, figlio del re thailandese Vajiralongkorn. Nella registrazione, il giovane membro della casa reale avrebbe espresso opinioni poco diplomatiche su Hun Manet, definendolo “un soldato telecomandato da Pechino” e paragonandolo a “un generale di cartapesta cresciuto nell’ombra del padre”. Queste affermazioni, ritenute autentiche da fonti riservate cambogiane, hanno innescato un’immediata reazione da Phnom Penh, dove il governo ha convocato l’ambasciatore thailandese per una formale protesta diplomatica.


Ma la tensione ha radici più profonde. Da anni, la monarchia thailandese e il clan Hun detengono il potere con modalità differenti ma analoghe nella sostanza: centralizzazione, controllo sui media, ruolo centrale dell’esercito e, soprattutto, una gestione dinastica del potere. Hun Manet, ex militare formato negli Stati Uniti e nel Regno Unito, è stato preparato sin dall’inizio per succedere al padre e rappresenta la prosecuzione della linea di controllo ereditario del Partito Popolare Cambogiano. In Thailandia, la posizione della monarchia è meno operativa ma ancora decisiva: il re mantiene un ruolo simbolico potentissimo e la dinastia Chakri, al potere da oltre due secoli, è parte integrante dell’identità politica del Paese.


Il confronto tra queste due realtà familiari si è acuito anche sul piano delle relazioni esterne. La Cambogia, fortemente sostenuta dalla Cina in termini militari ed economici, ha recentemente siglato un accordo per l’espansione della base navale di Ream, che secondo fonti regionali potrebbe ospitare forze cinesi in modo permanente. Bangkok, al contrario, mantiene una posizione più ambigua nei confronti di Washington e di Pechino, ma ha cercato negli ultimi mesi un riavvicinamento agli Stati Uniti, soprattutto dopo l’insediamento del nuovo governo. Questo doppio allineamento strategico ha fatto riemergere i sospetti incrociati: Phnom Penh accusa la Thailandia di voler costruire una barriera diplomatica contro l’influenza cinese nel Sud-Est asiatico; Bangkok teme che la Cambogia possa diventare una testa di ponte per l’espansionismo cinese nella regione.


La retorica pubblica ha alimentato ulteriormente lo scontro. Hun Manet ha accusato la Thailandia di “comportamento coloniale mascherato”, evocando lo spettro del trattato franco-siamese del 1907, che segnò la storia delle dispute territoriali tra i due Paesi. Il governo thailandese ha risposto denunciando “provocazioni armate lungo il confine” e ha aumentato la presenza militare nell’area di Chong Bok, con esercitazioni al confine che includono unità di artiglieria e pattugliamenti aerei. La presenza militare è stata accompagnata da una campagna mediatica interna che esalta il patriottismo e accusa il governo cambogiano di voler destabilizzare l’equilibrio regionale.


In Cambogia, i discorsi pubblici di Hun Manet si sono fatti più duri. In una dichiarazione trasmessa dalla televisione di Stato, il premier ha definito “un attacco alla dignità nazionale” le parole attribuite al principe thailandese, dichiarando che “la Cambogia non tollererà alcuna ingerenza nella propria sovranità né offese alla sua leadership”. La replica ha coinciso con l’avvio di nuove manovre militari nella provincia di Preah Vihear, con l’impiego di sistemi radar e l’installazione di postazioni di osservazione avanzata lungo il confine.


A rendere più critico il quadro è anche il coinvolgimento di altri attori regionali. Il Vietnam, da sempre attento agli equilibri tra i due vicini, ha rafforzato i propri sistemi di sorveglianza lungo il confine cambogiano, temendo ripercussioni interne. La Cina ha invece ribadito il proprio sostegno alla Cambogia, sottolineando che Pechino “difenderà la stabilità dei suoi partner strategici in Asia”. Gli Stati Uniti hanno lanciato un appello alla moderazione ma hanno anche chiesto l’accesso a dati indipendenti sulle vittime civili delle operazioni thailandesi nella zona di confine.


La sovrapposizione tra potere dinastico, rivalità personali e geopolitica regionale ha trasformato una disputa territoriale in un potenziale detonatore per l’intero Sud-Est asiatico. Le famiglie al potere, piuttosto che mediare o mantenere un ruolo istituzionale super partes, sembrano oggi determinanti nel definire il tono e le scelte strategiche dei governi. E la presenza di giovani leader, eredi di dinastie politiche, alimenta una nuova fase di instabilità, in cui l’identità nazionale si mescola al carisma personale, e le decisioni cruciali vengono prese anche sulla base di orgoglio, vendetta o affermazione simbolica.


Il rischio di una crisi prolungata è ora concreto, con la possibilità che da un conflitto diplomatico si scivoli in un confronto militare più ampio, in una delle regioni più fragili dal punto di vista della sicurezza e più strategiche per gli equilibri asiatici. Nel frattempo, le popolazioni civili dei territori di confine continuano a vivere sotto la minaccia di un’escalation che sembra sfuggire a ogni controllo, mentre la storia delle due nazioni torna a intrecciarsi con i destini personali di chi ne detiene il potere.

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