Tensione Usa-Iran, Trump valuta un intervento militare: Teheran risponde con fermezza mentre Israele intensifica i raid e lo scontro si estende su scala regionale
- piscitellidaniel
- 18 giu
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La crisi tra Stati Uniti e Iran conosce una nuova impennata. Dopo settimane di escalation tra Israele e la Repubblica islamica, l’ex presidente americano Donald Trump ha dichiarato pubblicamente che sta valutando un possibile intervento militare diretto contro l’Iran. Una minaccia che, se concretizzata, potrebbe cambiare gli equilibri in Medio Oriente e trascinare gli Stati Uniti in un nuovo conflitto su larga scala. Le parole di Trump arrivano a seguito degli attacchi aerei israeliani sempre più frequenti su obiettivi iraniani in Siria, Iraq e, secondo fonti non confermate ufficialmente, anche all’interno dei confini della Repubblica islamica.
Nel corso di una conferenza stampa tenuta nella sua residenza di Mar-a-Lago, Trump ha affermato di voler “fermare il regime iraniano prima che possa completare le sue ambizioni nucleari e continuare a destabilizzare la regione”. Pur non indicando esplicitamente una data o un piano operativo, il candidato repubblicano alla presidenza 2024 ha parlato di “controllo totale dei cieli sopra l’Iran” e della possibilità di “agire preventivamente, senza avvisi”. Le dichiarazioni hanno provocato immediate reazioni a Teheran. Il portavoce delle forze armate iraniane, generale Abolfazl Shekarchi, ha risposto accusando Trump di “giocare con il fuoco” e ha avvertito che “qualsiasi aggressione, anche minima, contro la sovranità iraniana sarà seguita da una risposta immediata, dolorosa e globale, che includerà obiettivi statunitensi in tutta l’area”.
Il presidente iraniano Ebrahim Raisi ha ribadito che l’Iran “non ha intenzione di iniziare una guerra”, ma che “non si piegherà ad alcun ricatto americano o sionista”. Nelle stesse ore, i pasdaran hanno effettuato esercitazioni missilistiche nel sud del paese, simulando la difesa di siti strategici, in particolare le installazioni nucleari di Natanz, Fordow e Isfahan. I media statali hanno trasmesso immagini di lanciamissili a lungo raggio, sistemi radar e manovre di guerra elettronica, come messaggio diretto a Washington e Tel Aviv.
Israele, dal canto suo, prosegue senza sosta la propria campagna di bombardamenti mirati contro presunte infrastrutture militari iraniane e convogli di armi diretti agli Hezbollah in Libano. Il governo Netanyahu ha intensificato i raid nella zona orientale della Siria, lungo la direttrice Deir Ezzor–Abu Kamal, punto nevralgico per i movimenti logistici della Forza Quds. Fonti locali hanno confermato la distruzione di depositi e centri di comando, con un bilancio ancora incerto ma che avrebbe causato decine di vittime tra militari e miliziani filo-iraniani.
Nel contesto attuale, l’intervento di Trump riaccende i timori di una guerra regionale. A preoccupare sono in particolare le ripercussioni sui paesi alleati, come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, che ospitano basi militari americane e potrebbero finire nel mirino di un’eventuale risposta iraniana. La rete di alleanze costruita da Teheran negli ultimi anni – che include milizie sciite in Iraq, Hezbollah in Libano e gli Houthi in Yemen – potrebbe attivarsi con azioni coordinate contro interessi occidentali e israeliani, scatenando una spirale di violenza su più fronti.
Il Pentagono, intanto, mantiene una posizione ufficialmente prudente. Il portavoce del Dipartimento della Difesa ha dichiarato che “gli Stati Uniti monitorano con attenzione la situazione e restano impegnati per la stabilità regionale”, pur ammettendo che sono già stati rafforzati i dispositivi di difesa antimissile presso le basi americane in Iraq, Siria e Bahrein. La portaerei USS Dwight D. Eisenhower è stata dislocata nel Golfo Persico e diverse unità dell’aeronautica sono state messe in stato di allerta.
A livello internazionale, l’Unione europea ha espresso “profonda preoccupazione” per la piega che sta prendendo il confronto, invitando tutte le parti alla de-escalation. L’Alto rappresentante per la politica estera, Josep Borrell, ha dichiarato che “una guerra tra Stati Uniti e Iran avrebbe conseguenze devastanti per la sicurezza globale e l’economia mondiale”, ricordando che l’Europa è già impegnata nel tentativo di rilanciare i negoziati sul nucleare iraniano. La Cina e la Russia, alleati strategici di Teheran, hanno espresso sostegno al diritto dell’Iran di difendere la propria sovranità, pur invitando a evitare provocazioni.
Anche in Israele le parole di Trump hanno suscitato reazioni ambivalenti. Se da una parte l’attuale governo considera un eventuale appoggio statunitense come un’arma in più nella propria offensiva contro l’Iran, dall’altra c’è preoccupazione per la possibilità che una guerra aperta con la Repubblica islamica possa destabilizzare ulteriormente la sicurezza interna e provocare una reazione missilistica diretta. Gli esperti militari sottolineano che Teheran dispone di una vasta rete di missili a medio raggio in grado di colpire tutto il territorio israeliano, compresa Tel Aviv.
Le borse internazionali hanno reagito con nervosismo: i mercati energetici hanno registrato un’impennata dei prezzi del petrolio, con il Brent tornato sopra i 90 dollari al barile, mentre l’oro ha toccato i massimi degli ultimi sei mesi, considerato rifugio sicuro in tempi di incertezza geopolitica. Le principali compagnie assicurative marittime hanno già elevato il livello di rischio per le rotte commerciali nel Golfo e nello Stretto di Hormuz. Le diplomazie occidentali, consapevoli della delicatezza del momento, sono al lavoro per evitare che le minacce si traducano in atti concreti.

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