Sviluppo sostenibile e social impact, l’Italia cerca il rilancio: la nuova agenda per centrare gli obiettivi ONU al 2030
- piscitellidaniel
- 17 lug
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L’Italia è chiamata a una svolta decisiva per rimettere in carreggiata la propria traiettoria verso gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. A dieci anni esatti dalla firma del piano globale e a meno di cinque dalla scadenza, la fotografia scattata da Asvis, Cnel e Forum per la Finanza Sostenibile restituisce un quadro a tinte miste: da un lato crescono la consapevolezza e le iniziative nel campo della sostenibilità e dell’impatto sociale, dall’altro il divario tra strategie e risultati effettivi resta significativo, soprattutto in ambiti come povertà, disuguaglianze territoriali, transizione energetica e governance ambientale.
Nel nuovo rapporto elaborato in occasione del Social Impact Agenda Day, sono emerse criticità trasversali che rallentano la piena attuazione dell’Agenda 2030. Tra queste, la frammentazione delle competenze tra enti pubblici, la carenza di una regia centrale, la scarsità di risorse dedicate e l’assenza di meccanismi sistemici per la valutazione dell’impatto delle politiche. In particolare, si segnala un ritardo strutturale nell’attuazione del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima, ancora fermo a obiettivi troppo deboli rispetto alle richieste europee.
Sul piano legislativo, il Parlamento ha avviato nel 2024 una revisione del Codice per lo Sviluppo Sostenibile che prevede l’integrazione degli obiettivi SDGs nei documenti di programmazione economica nazionale e regionale. Ma il disallineamento tra la programmazione di bilancio e la valutazione degli impatti ambientali e sociali rimane un nodo irrisolto. I rappresentanti del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica hanno ammesso che la rendicontazione ESG della pubblica amministrazione è ancora troppo limitata e slegata da indicatori realmente misurabili.
Sul fronte delle imprese, il settore privato mostra segnali più dinamici. Secondo l’Osservatorio nazionale sulla finanza d’impatto, crescono gli strumenti di investimento orientati a obiettivi sociali e ambientali, come green bond, social bond, e fondi di investimento a impatto. La finanza sostenibile italiana ha superato i 150 miliardi di euro di masse gestite, con un incremento del 17% su base annua. Tuttavia, il mercato è ancora fortemente polarizzato: poche grandi realtà adottano strategie di impatto integrate, mentre la gran parte delle PMI si limita a pratiche di responsabilità sociale d’impresa, spesso non certificate.
Il Social Impact Agenda Day ha riunito istituzioni, imprese, fondazioni e terzo settore per definire un nuovo quadro di collaborazione pubblico-privato che consenta di accelerare il percorso verso gli obiettivi SDGs. Al centro del confronto, la necessità di rendere obbligatorie le valutazioni di impatto sociale per gli investimenti pubblici, in particolare quelli finanziati con fondi europei e PNRR. Si propone inoltre la creazione di un Fondo nazionale per l’impatto sociale, gestito da Cassa Depositi e Prestiti, per sostenere progetti ad alto valore ambientale e sociale in settori come edilizia scolastica, sanità territoriale, mobilità sostenibile e housing sociale.
Sul piano territoriale, i divari Nord-Sud restano marcati. Le regioni del Sud faticano a intercettare fondi europei legati alla sostenibilità e a sviluppare progetti strutturati, mentre alcune realtà del Centro-Nord (Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana) si distinguono per l’adozione di politiche avanzate di economia circolare e decarbonizzazione. Le aree interne, in particolare, soffrono la carenza di servizi essenziali, con un impatto diretto sulla qualità della vita e sugli indici di sostenibilità sociale.
Tra i temi più discussi, quello dell’educazione allo sviluppo sostenibile. Il rapporto denuncia l’insufficienza dell’offerta formativa su questi temi nei cicli scolastici e universitari, nonostante le raccomandazioni dell’UNESCO e della Commissione Europea. Le università italiane, pur in crescita nel campo della ricerca green, restano indietro rispetto agli atenei del Nord Europa nella produzione di figure professionali specializzate in impatto sociale e ambientale.
Anche le città italiane sono chiamate a un ruolo centrale nella transizione sostenibile. Le aree urbane rappresentano il 70% delle emissioni di CO₂ e sono il luogo in cui si manifestano con maggiore intensità le diseguaglianze sociali. Il rapporto sottolinea come soltanto una parte delle grandi città abbia adottato un Piano di Sostenibilità Urbano coerente con l’Agenda 2030, e come spesso manchi un coordinamento tra amministrazioni locali, aziende municipalizzate e stakeholder sociali.
Il ruolo delle fondazioni e del terzo settore è risultato decisivo negli ultimi anni per la sperimentazione di modelli innovativi di welfare comunitario, rigenerazione urbana, economia solidale. Tuttavia, l’assenza di un sistema stabile di cofinanziamento pubblico e il mancato riconoscimento giuridico delle imprese sociali a impatto rischiano di frenare la crescita del settore. Le reti nazionali del non profit chiedono al governo un Piano strategico per l’imprenditorialità sociale, dotato di strumenti fiscali incentivanti e di un sistema di valutazione indipendente dell’impatto generato.
In prospettiva, il Governo ha annunciato l’intenzione di aggiornare la Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile entro la fine del 2025, anche sulla base degli esiti del Forum nazionale sullo sviluppo sostenibile in programma per l’autunno. L’obiettivo dichiarato è costruire un’agenda condivisa con tutti i soggetti pubblici e privati, che consenta di recuperare i ritardi accumulati e rilanciare l’Italia come Paese protagonista dell’attuazione dell’Agenda 2030 in Europa.

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