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Sud più veloce del Centro-Nord nel 2024, ma i segnali di frenata sono evidenti: i dati Svimez

Nel 2024 il Mezzogiorno ha registrato una crescita del Prodotto interno lordo pari all’1 %. Il Centro-Nord si è fermato allo 0,6 %. È il terzo anno consecutivo in cui l’area meridionale segna un ritmo di crescita superiore, secondo quanto rilevato dall’ultimo rapporto Svimez. Il divario tuttavia si riduce rispetto agli anni precedenti, e le basi di questa crescita restano concentrate in un numero limitato di comparti economici.


Le costruzioni si confermano il settore trainante. La crescita del comparto al Sud è stata del 4,9 % nel 2024. Nel Centro-Nord, la stessa voce ha segnato un +2,7 %. Il divario si spiega con l’accelerazione dei cantieri pubblici legati ai fondi del Pnrr. Svimez stima che il Piano nazionale di ripresa e resilienza fornirà un impulso aggiuntivo al PIL meridionale di 1,8 punti tra 2024 e 2026. Nel Centro-Nord l’apporto sarà leggermente inferiore, pari a 1,6 punti.


Gli investimenti pubblici hanno spinto anche il valore aggiunto complessivo, ma con limiti evidenti sul fronte dei consumi. Le famiglie del Mezzogiorno, nel 2024, hanno ridotto i propri consumi dello 0,1 %. Nel Centro-Nord la spesa delle famiglie è invece cresciuta dello 0,3 %. È un segnale che conferma la maggiore difficoltà della domanda interna nelle regioni del Sud, nonostante i dati aggregati di crescita.


Il reddito disponibile delle famiglie ha subito un rallentamento marcato. Dopo un +4,5 % nel 2023, la crescita nel 2024 è scesa al +2,3 %. Anche l’aumento dell’occupazione, che pure ha contribuito positivamente, non ha inciso sulla qualità della vita quanto sperato. Nel Mezzogiorno i salari reali sono diminuiti del 5,7 % rispetto al 2019. È una perdita netta di potere d’acquisto superiore rispetto al -4,5 % del Centro-Nord e al -1,4 % registrato nella media dell’area euro.


Nel 2024 gli occupati al Sud sono cresciuti del 2,2 %, un dato superiore alla media nazionale e pari a circa 142.000 nuovi posti di lavoro. Tuttavia, l’effetto occupazionale non ha avuto un riflesso proporzionale sul benessere. I lavoratori poveri, cioè coloro che hanno un reddito da lavoro insufficiente per superare la soglia di povertà, sono stimati in 1,4 milioni nel Sud. La qualità dell’occupazione resta un nodo irrisolto. Il 21,5 % dei lavoratori ha un contratto a tempo determinato, mentre la media europea è del 13,5 %. Il part-time involontario colpisce oltre il 72 % dei contratti a tempo parziale, contro il 46 % del Centro-Nord.


Il lavoro sommerso e il sottoutilizzo della forza lavoro completano un quadro già critico. Oltre 3 milioni di persone nel Mezzogiorno non sono impiegate pur potendo lavorare. Di queste, un milione rientra tra i disoccupati ufficiali. Altri 1,6 milioni sono persone disponibili al lavoro ma non attivamente in cerca, mentre 400.000 sono part-time involontari. Queste forme di inattività parziale o totale riducono l’effettiva partecipazione al mercato del lavoro.


La produttività resta un altro punto debole. Mentre le costruzioni corrono, i servizi e il manifatturiero avanzano con molta più lentezza. L’agricoltura ha registrato un calo in entrambe le macroaree. Il Centro-Nord, pur crescendo meno, mostra segnali più equilibrati nei comparti produttivi, mentre al Sud la crescita è troppo legata alla spinta eccezionale del Pnrr e ai lavori pubblici.


Nel 2025 il Sud rischia di tornare a crescere meno del resto del Paese. Secondo le previsioni Svimez, il PIL meridionale aumenterà dello 0,8 %, mentre quello del Centro-Nord salirà dell’1 %. Il ribaltamento delle posizioni si spiega con l’indebolimento della spinta propulsiva legata al Pnrr, ma anche con le incertezze sull’attuazione dei programmi. L’attività industriale, in particolare nel settore manifatturiero, appare debole e non in grado di sostenere autonomamente la dinamica economica.


In molti territori l’effetto Pnrr resta concentrato in pochi progetti ad alta intensità di capitale e basso impatto occupazionale. L’equilibrio tra risorse investite e benefici distribuiti sul territorio è ancora lontano. Svimez segnala che senza un rafforzamento strutturale della capacità amministrativa locale e senza una riforma profonda delle politiche per il lavoro, la crescita meridionale rischia di rientrare nel perimetro delle congiunture temporanee.


La fragilità sociale si accompagna allo spopolamento. Il Sud continua a perdere residenti, in particolare giovani e laureati. Negli ultimi anni il saldo migratorio interno è costantemente negativo. Sempre più persone lasciano il Mezzogiorno per cercare opportunità nel Centro-Nord o all’estero. Questo fenomeno deprime il potenziale futuro dell’area, indebolisce il mercato del lavoro e riduce la domanda interna.


La scuola e l’università non riescono a contrastare il fenomeno. La quota di giovani che abbandonano precocemente gli studi è più alta nel Sud. Le università meridionali perdono studenti a favore degli atenei del Nord. Anche i percorsi ITS, nonostante la spinta ministeriale, faticano a radicarsi. Il capitale umano si assottiglia, e con esso la capacità del Sud di agganciare in modo stabile la ripresa.

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