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«Siamo contenti, è tutto fragile ma bisogna cominciare»: le parole di Pizzaballa su Gaza in un tempo di speranza incerta

In un momento carico d’attesa e tensione, monsignor Pierbattista Pizzaballa ha espresso sulla situazione nella Striscia di Gaza un messaggio che racchiude speranza e consapevolezza della fragilità: «Siamo contenti, è tutto fragile ma bisogna cominciare». Dietro questa frase apparentemente semplice si nasconde la complessità di una fase delicata in cui ogni gesto, ogni parola e ogni impegno assumono un peso amplificato nel contesto geopolitico e umano del conflitto tra Israele e Hamas.


Pizzaballa, figura ecclesiastica con ruoli istituzionali nel contesto palestinese e in quelli della Chiesa cattolica, vive da anni le tensioni quotidiane della vita sotto conflitto. Il suo timbro — che mescola spiritualità, diplomazia e testimonianza diretta — offre una lettura intermedia tra l’urgenza del presente e il rischio continuo del ritorno alla violenza. La frase pronunciata assume così una doppia valenza: da un lato, un riconoscimento della portata simbolica dell’accordo tra le parti; dall’altro, un monito che richiama l’attenzione sul fatto che nulla è consolidato finché non si trasformi in realtà.


La parola «fragile» è forse quella che descrive meglio la situazione. Perché l’intesa, ancora nella sua prima fase, è esposta a molteplici insidie: ritardi, interpretazioni divergenti, crisi interne ai gruppi coinvolti, attacchi di fazioni non allineate, difficoltà logistiche e scelte politiche che possono generare resistenze. In ogni fase del processo, un passo falso può compromettere l’intero percorso di tregua o trasformazione. L’uso parco ma determinato di quel termine da parte di Pizzaballa dice molto: non illusione, ma determinazione a perseguire un processo che va costruito giorno per giorno.


«Bisogna cominciare»: con queste parole l’arcivescovo sottolinea che la fase attuale è l’inizio effettivo di un percorso, non il punto d’arrivo. Nessun accordo sarà definitivo senza atti concreti: rilascio degli ostaggi, ritiro delle truppe, scambi di prigionieri, garanzie di sicurezza, monitoraggio internazionale e ricostruzione. Cominciare significa tradurre in gesti ciò che è stato deciso nei tavoli negoziali, superare la distanza tra la carta e la realtà, far marciare in parallelo la volontà politica e l’azione sul territorio.


La testimonianza di Pizzaballa assume un valore speciale in quanto voce che porta dentro e fuori la realtà palestinese. Le sue parole non sono quelle di un osservatore esterno, ma di chi conosce le sofferenze quotidiane: le case distrutte, la scarsità di acqua ed energia, le famiglie divise, la paura costante. Quando dice «siamo contenti», non esprime una gioia ingenua, ma un sollievo misurato di fronte a un’apertura che fino a poco tempo fa sembrava impensabile. È un riconoscimento del valore simbolico del passo compiuto — un accordo che ratifica la possibilità di dialogo, di tregua, di ricomposizione minima.


Ma quella stessa frase contiene un invito alla vigilanza: «tutto fragile» richiama la responsabilità di ciascun attore, della comunità internazionale, delle istituzioni civili e religiose, dei gruppi locali, di non considerare l’accordo come garantito. Il rischio è che, se non si custodisce con cura, l’intesa venga messa in crisi da fattori esterni o dissidenze interne. Il cammino della pace è percorso sempre bifronte: ogni passo in avanti può essere accolto con speranza oppure ostacolato da chi rimane ancorato alla logica dello scontro.


Nel discorso di Pizzaballa c’è anche un profilo etico e umano che merita attenzione. Il ruolo delle voce religiose in contesti di conflitto è spesso quello del trait d’union tra le comunità divise, del richiamo al rispetto della dignità umana e del grido verso la riconciliazione. L’arcivescovo — parlando con linguaggio sobrio e diretto — offre un punto di riferimento morale che trascende le logiche politiche: non sta dalla parte di un’istituzione contro l’altra, ma dalla parte delle persone che vivono il dramma ogni giorno.


L’esperienza di precedenti fasi di tregua insegna che le condizioni sul terreno cambiano rapidamente: previsioni di cessate il fuoco possono cedersi al primo bombardamento, pacificazioni locali possono essere infrante da attacchi sporadici, mediazioni che sembravano consolidate possono sgretolarsi sotto la pressione della realtà quotidiana. Proprio in questo contesto, il richiamo a “cominciare con cautela e determinazione” è una bussola preziosa.


Anche le aspettative esterne sono elevate. La comunità internazionale — governi, organizzazioni non governative, organismi umanitari — è chiamata a sostenere l’accordo con iniziative concrete: soccorsi, ricostruzione delle infrastrutture, garanzie per i civili, osservatori neutrali. Ma anche queste azioni, se declinate male o troppo lente, possono favorire la delusione o suscitare critiche. L’equilibrio è tanto nel passo diplomatico quanto nell’efficacia tangibile sul campo.


Nelle prossime settimane, le parole di Pizzaballa potrebbero rimbalzare come monito e guida: ogni ritardo nel rilascio degli ostaggi sarà scrutinato; ogni movimento militare sarà osservato; ogni disallineamento tra quanto deciso e quanto attuato potrà riaccendere lo scontro. Il patto tra Israele e Hamas è diventato un terreno su cui si giocano non solo equilibri strategici, ma fiducia, credibilità e speranza.


In questo momento, dunque, le sue parole — semplici e autentiche — assumono valore politico, umano e simbolico. Sono un invito alla prudenza, al costruire giorno per giorno, alla responsabilità condivisa. Più che un’analisi tecnica, è una voce che proviene da chi convive con il conflitto e con le sue ferite, e che richiama tutti — leader, popoli, comunità internazionali — a non dare nulla per scontato, ma a iniziare insieme, passo dopo passo, un cammino tanto fragile quanto necessario.

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