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Separazione delle carriere, via libera del Senato in seconda lettura: il centrodestra compatto, opposizioni divise e tensioni nella magistratura

Il Senato ha approvato in seconda lettura la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti, con 98 voti favorevoli, 65 contrari e 26 astenuti. Si tratta di un passaggio fondamentale per il disegno di legge fortemente voluto dal ministro della giustizia Carlo Nordio e sostenuto con decisione da tutto il centrodestra. Il provvedimento, che interviene su quattro articoli della Costituzione (articoli 87, 102, 104 e 105), punta a ristrutturare profondamente l’assetto della magistratura italiana, introducendo una netta divisione tra pubblici ministeri e giudici, la creazione di due Consigli superiori della magistratura separati e un nuovo organo per la giustizia disciplinare denominato Alta corte.


Il dibattito in Aula ha confermato le profonde divergenze tra le forze politiche. A votare a favore sono stati Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati. Il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra si sono schierati contro, mentre Azione, +Europa e Italia Viva hanno scelto l’astensione, con toni più sfumati e interlocutori. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha salutato il voto come “una giornata storica per la giustizia italiana”, ribadendo l’obiettivo di “restituire equilibrio, terzietà e credibilità all’intero sistema giudiziario”.


Il provvedimento, già approvato dalla Camera in prima lettura nel gennaio scorso, prevede modifiche di ampia portata. Oltre alla separazione delle carriere, sancita sin dal primo accesso in magistratura, viene prevista la nascita di due Consigli superiori distinti: uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Entrambi continueranno a essere presieduti dal Presidente della Repubblica e composti per due terzi da membri togati e per un terzo da membri laici, con la particolarità che questi ultimi non saranno più nominati dal Parlamento, ma estratti a sorte da un elenco predefinito di professori ordinari di materie giuridiche e avvocati con almeno 15 anni di esercizio.


Viene inoltre istituita un’Alta corte disciplinare, un nuovo organo che prende il posto del Consiglio superiore della magistratura nelle funzioni sanzionatorie e disciplinari. Anche questo organo sarà formato da membri estratti a sorte da elenchi specifici e non avrà componenti parlamentari, riducendo ulteriormente l’influenza politica diretta sulla magistratura.


La maggioranza ha difeso la riforma sottolineando come essa sia necessaria per rispondere a un principio di terzietà costituzionalmente garantito e per evitare che il pubblico ministero, parte nel processo penale, possa condividere carriera e percorsi con il giudice che deve decidere. Il ministro Nordio ha insistito su questo punto durante il dibattito, spiegando che “non è possibile avere imparzialità quando la stessa carriera consente a un magistrato di passare, senza soluzione di continuità, da funzioni requirenti a funzioni giudicanti”.


Le opposizioni, al contrario, hanno sollevato forti preoccupazioni. Il Partito Democratico ha parlato di una riforma che rischia di indebolire l’indipendenza della magistratura, frutto di una volontà punitiva verso la giurisdizione. Il Movimento 5 Stelle ha accusato la maggioranza di voler creare due magistrature separate, con la conseguenza di ridurre il peso del pubblico ministero nel processo penale e di agevolare una giustizia meno incisiva verso i reati dei “colletti bianchi”. Le critiche si sono concentrate anche sulla scelta dell’estrazione a sorte per i membri laici del CSM e dell’Alta corte, considerata un meccanismo opaco e poco meritocratico.


Italia Viva e Azione hanno adottato un atteggiamento più interlocutorio, astenendosi sul provvedimento. Carlo Calenda ha dichiarato che la separazione delle carriere può essere utile, ma ha contestato l’architettura finale del testo, giudicandola “squilibrata” e “poco coerente con le esigenze di efficienza della giustizia”. Matteo Renzi ha chiesto modifiche nella seconda lettura per introdurre “criteri più chiari e garanzie più solide” nella selezione dei membri degli organi disciplinari.


Il voto del Senato rappresenta il secondo dei quattro passaggi previsti dall’iter costituzionale. Toccherà ora nuovamente alla Camera esprimersi in seconda lettura, ma, trattandosi di una riforma costituzionale approvata in entrambe le Camere a maggioranza semplice, sarà comunque necessario indire un referendum popolare confermativo per renderla effettiva. La maggioranza si dice pronta ad affrontare la consultazione con spirito di riforma, mentre le opposizioni si stanno già organizzando per contrastare la riforma sul piano referendario, mobilitando la società civile e le componenti dell’associazionismo giudiziario.


Dall’interno della magistratura arrivano segnali contrastanti. L’Associazione Nazionale Magistrati ha espresso “preoccupazione e dissenso” per il contenuto della riforma, ritenendo che la separazione delle carriere rischi di compromettere l’unitarietà dell’ordine giudiziario e di subordinare i pubblici ministeri all’esecutivo. L’Unione Camere Penali, al contrario, ha accolto con favore il testo, che considerano una vittoria storica dopo decenni di battaglie per l’equilibrio delle parti nel processo penale.


La questione continua a dividere anche l’opinione pubblica, con i sondaggi che mostrano un elettorato spaccato quasi a metà. Una parte consistente della popolazione percepisce la riforma come un passo verso una giustizia più equa e trasparente, mentre un’altra teme che possa aprire la strada a una compressione dell’autonomia dei magistrati e a una maggiore politicizzazione della funzione requirente. Intanto, le principali sigle sindacali della magistratura hanno annunciato nuove assemblee e forme di mobilitazione, mentre il mondo accademico si interroga sull’impatto che la riforma potrebbe avere anche sulla formazione dei magistrati e sul ruolo della Scuola superiore della magistratura.


Il cammino verso il referendum sarà segnato da ulteriori dibattiti, emendamenti e iniziative parlamentari. La posta in gioco è alta e tocca un principio cardine dello Stato di diritto: l’indipendenza della magistratura e l’equilibrio tra i poteri dello Stato. In attesa della nuova lettura alla Camera, il voto del Senato rappresenta un passaggio cruciale e carico di implicazioni non solo tecniche, ma anche simboliche e politiche.

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