Separazione delle carriere dei magistrati: il Parlamento verso l’approvazione della riforma costituzionale che divide giudici e pubblici ministeri
- piscitellidaniel
- 21 lug
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La riforma della giustizia che prevede la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti si avvicina alla sua prima approvazione definitiva con il voto atteso in Senato per martedì 23 luglio. Il provvedimento, voluto con forza dal ministro della Giustizia Carlo Nordio e sostenuto dall’intera maggioranza, rappresenta uno degli interventi più significativi sul sistema giudiziario italiano degli ultimi decenni. Già approvata dalla Camera, la riforma interviene su tre articoli della Costituzione: 87, 105 e 112, e punta a modificare l’organizzazione e il funzionamento della magistratura ordinaria, distinguendo in modo netto il percorso professionale dei giudici da quello dei pubblici ministeri.
Il cuore della riforma risiede nell’introduzione di due carriere separate e autonome. Secondo il nuovo assetto, ogni magistrato dovrà scegliere fin dall’inizio della sua attività se intraprendere la funzione giudicante o quella requirente, senza possibilità di passaggio successivo da una all’altra. Ciò elimina la possibilità attuale di transitare da giudice a PM e viceversa nel corso della carriera. La modifica impatta direttamente sull’articolo 102 della Costituzione, introducendo un principio di distinzione che rompe con la tradizione unitaria dell’ordine giudiziario italiano.
Un altro punto chiave è la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura. Il CSM verrà sdoppiato in due organi separati: uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Entrambi continueranno a essere presieduti dal Presidente della Repubblica, ma avranno composizioni e compiti distinti. La selezione dei componenti verrà rivista per ridurre il peso delle correnti interne alla magistratura, con un aumento dei membri laici e l’introduzione di sorteggi tra i magistrati eleggibili, mantenendo un equilibrio tra rappresentanza interna e controllo esterno.
Verrà inoltre istituita un’Alta Corte disciplinare, un nuovo organismo autonomo con funzioni specificamente dedicate al controllo e alla sanzione del comportamento dei magistrati. L’Alta Corte sarà composta da magistrati e membri laici scelti tra professori universitari e avvocati, e rappresenterà un’ulteriore articolazione nell’assetto costituzionale della giustizia, finalizzata a garantire imparzialità e terzietà nei procedimenti disciplinari.
Il ministro Nordio ha presentato questa riforma come un intervento necessario per riportare equilibrio nel sistema giudiziario, superare l’ambiguità tra le funzioni di chi giudica e di chi accusa, e tutelare i cittadini da eventuali conflitti di interessi all’interno del processo. Secondo il ministro, l’unicità dell’ordine giudiziario ha generato nel tempo una commistione non più tollerabile tra giudici e pubblici ministeri, rafforzata dalla prassi delle cosiddette “porte girevoli” che ha consentito, nel corso degli anni, il passaggio da una funzione all’altra con effetti anche sull’imparzialità percepita della giurisdizione.
La riforma ha ricevuto il voto favorevole della Camera il 16 gennaio 2025 con 172 voti favorevoli, 99 contrari e 1 astenuto, e si appresta a essere approvata anche dal Senato nella stessa versione. In tal modo potrà iniziare il suo percorso costituzionale che prevede, in assenza di una maggioranza qualificata dei due terzi, un secondo passaggio in entrambi i rami del Parlamento a distanza di almeno tre mesi. Solo dopo questi due passaggi conformi, la legge costituzionale potrà essere sottoposta a referendum popolare se richiesto da almeno un quinto dei parlamentari o da cinquecentomila cittadini. È quindi plausibile che, in mancanza dei due terzi anche al Senato, l’ultima parola spetterà ai cittadini, con un voto previsto non prima della primavera del 2026.
Il dibattito parlamentare è stato acceso. Le opposizioni — Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra — hanno fortemente contestato l’impianto della riforma, accusando il governo di voler ridurre l’autonomia della magistratura e mettere i pubblici ministeri sotto il controllo dell’esecutivo. L’Associazione Nazionale Magistrati ha espresso preoccupazione per la creazione di due magistrature separate, temendo che ciò possa compromettere l’unitarietà della giurisdizione e indebolire il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale. Secondo i critici, lo sdoppiamento del CSM potrebbe aprire la strada a un sistema nel quale il PM risulti eccessivamente subordinato al potere politico, mettendo a rischio l’indipendenza delle indagini e la libertà dell’azione penale.
Dalla maggioranza, invece, è arrivato un appoggio compatto. Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia hanno rivendicato la riforma come uno dei cardini del programma elettorale di centrodestra, definendola una risposta necessaria a un sistema giudiziario percepito come autoreferenziale e in parte autoregolato. Il governo ha evidenziato come in quasi tutti i principali ordinamenti europei — dalla Francia alla Germania, passando per Spagna e Regno Unito — le carriere siano già separate, e ha sottolineato che il modello italiano rappresenta un’eccezione poco funzionale.
Durante la discussione in Aula, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha confermato l’intenzione dell’esecutivo di andare avanti su questa linea di riforma, ribadendo che la separazione delle carriere è fondamentale per garantire processi più equi, giudici più imparziali e pubblici ministeri più autonomi, ciascuno con un proprio statuto e percorso definito. Anche il vicepremier Matteo Salvini ha definito il provvedimento una vittoria del buon senso, mentre Antonio Tajani ha parlato di “una modernizzazione che attendevamo da trent’anni”.
La riforma è solo una parte dell’agenda giudiziaria del governo, che include anche altre iniziative: la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura con l’introduzione del sorteggio temperato, l’estensione della responsabilità civile dei magistrati, e una revisione delle modalità di accesso alla magistratura. L’insieme di queste misure è pensato per ridurre il peso delle correnti, aumentare la trasparenza interna e rendere il sistema giudiziario più efficiente e responsabile.
Con il voto di domani, il Parlamento potrebbe quindi avvicinarsi concretamente alla più significativa modifica della giustizia italiana dall’introduzione della Costituzione repubblicana. La portata del cambiamento sarà tuttavia misurabile solo nei prossimi mesi, in base all’esito del percorso parlamentare e, con ogni probabilità, all’eventuale pronunciamento del corpo elettorale.

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