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Secondo giorno di combattimenti tra Thailandia e Cambogia: 15 morti, centinaia di feriti e oltre 138.000 sfollati lungo il confine

Il conflitto tra Thailandia e Cambogia, iniziato con un’escalation militare il 23 luglio 2025, è entrato nel suo secondo giorno consecutivo di scontri armati, con un bilancio sempre più drammatico. Le autorità thailandesi hanno confermato la morte di almeno 15 civili, mentre altre 46 persone risultano ferite, molte delle quali in condizioni critiche. Dal lato cambogiano, si registra la morte di una donna e numerosi feriti, secondo fonti ufficiali di Phnom Penh. Il numero degli sfollati ha superato le 138.000 persone, tra Thailandia e Cambogia, coinvolgendo interi villaggi lungo le zone di confine.


I combattimenti si concentrano in particolare nelle province di Ubon Ratchathani, Surin e Sisaket, nel nord-est della Thailandia, e nelle adiacenti aree cambogiane delle province di Preah Vihear e Oddar Meanchey. L’area è storicamente teatro di dispute territoriali legate alla sovranità su una fascia di terra che include il sito del tempio di Preah Vihear, riconosciuto come patrimonio mondiale dall’Unesco e da tempo al centro di rivendicazioni contrapposte.


Secondo quanto riferito da fonti militari di Bangkok, l’esercito thailandese ha condotto raid mirati utilizzando caccia F-16 e artiglieria pesante in risposta a lanci multipli di razzi BM-21 provenienti dal lato cambogiano. Le operazioni, iniziate all’alba del 24 luglio, hanno colpito obiettivi militari ma anche, secondo le autorità locali, abitazioni civili, scuole e templi. Dall’altra parte, il governo cambogiano ha denunciato la “palese violazione della sovranità nazionale” da parte di Bangkok e ha convocato d’urgenza l’ambasciatore thailandese a Phnom Penh.


L’escalation sarebbe stata innescata da un’esplosione il 23 luglio in territorio thailandese, attribuita a una mina antiuomo, che ha provocato il ferimento di cinque soldati thailandesi. Bangkok ha accusato forze cambogiane di aver piazzato ordigni esplosivi lungo il confine, denunciando un atto ostile e premeditato. La risposta militare thailandese è arrivata poche ore dopo, con un attacco coordinato via aria e terra che ha immediatamente provocato una reazione da parte dell’esercito cambogiano.


Il governo thailandese ha decretato lo stato di emergenza in cinque distretti al confine e ha ordinato l’evacuazione di migliaia di persone. Le autorità locali hanno allestito rifugi temporanei, principalmente in palestre, scuole e templi, mentre è stato attivato il servizio di emergenza della Croce Rossa e delle unità di protezione civile. Secondo il Ministero della Sanità thailandese, sono state curate più di 200 persone con ferite da schegge, ustioni o traumi dovuti ai bombardamenti.


Dal lato cambogiano, il premier Hun Manet ha parlato alla nazione denunciando le azioni thailandesi come una “campagna aggressiva” contro la popolazione civile cambogiana. Ha inoltre richiesto l’intervento urgente delle Nazioni Unite e dell’ASEAN per mediare un cessate il fuoco e garantire una zona demilitarizzata. La Cambogia ha accusato l’esercito thailandese di aver impiegato bombe a grappolo nei raid contro il distretto di Choam Khsant, un’area densamente abitata e priva di presidi militari, accusa che Bangkok ha definito “infondata e propagandistica”.


La crisi ha già avuto pesanti ripercussioni sulle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. La Thailandia ha richiamato il proprio ambasciatore da Phnom Penh, mentre il governo cambogiano ha dichiarato persona non grata il console thailandese a Siem Reap. Sono state inoltre sospese tutte le attività congiunte nelle aree di confine, comprese quelle relative alla cooperazione doganale e sanitaria.


Il contesto in cui è esplosa la violenza è segnato da una crescente instabilità politica in entrambi i Paesi. In Thailandia, il governo è alle prese con tensioni interne legate a proteste democratiche e conflitti tra fazioni militari e monarchiche. In Cambogia, Hun Manet, succeduto al padre Hun Sen, è impegnato a consolidare il proprio potere in un contesto di crescente pressione internazionale per il rispetto dei diritti civili. I due governi, pur formalmente alleati in sede ASEAN, si trovano ora su posizioni diametralmente opposte.


La comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione. L’ONU ha lanciato un appello urgente alla de-escalation, chiedendo ai due Paesi di riprendere immediatamente i canali di comunicazione diplomatica. L’Alto Commissariato per i Diritti Umani ha espresso allarme per il coinvolgimento di civili nei bombardamenti, mentre l’Unesco ha chiesto il rispetto delle convenzioni internazionali che proteggono i siti culturali, con riferimento specifico al tempio di Preah Vihear, la cui integrità sarebbe a rischio. L’ASEAN, attraverso il segretario generale Kao Kim Hourn, ha convocato un incontro straordinario per il 26 luglio a Jakarta, nel tentativo di mediare una tregua immediata e avviare un tavolo negoziale.


Sul terreno, la situazione continua a deteriorarsi. Fonti locali riportano nuovi scontri a fuoco nella zona montuosa di Dangrek, mentre l’esercito thailandese avrebbe rafforzato le postazioni con l’invio di nuovi mezzi blindati. I media cambogiani parlano di 12 villaggi completamente evacuati e di 20 scuole chiuse nella sola provincia di Preah Vihear. Testimonianze di civili sfollati descrivono ore di panico, sirene antiaeree attive e blackout energetici prolungati.


In questo clima di crescente ostilità, cresce anche il timore che la crisi possa sfuggire al controllo delle diplomazie, innescando un conflitto più ampio e duraturo. Le conseguenze umanitarie, economiche e politiche di un eventuale protrarsi della guerra sarebbero devastanti non solo per i due Paesi coinvolti, ma per l’intera regione del Sud-est asiatico. I flussi di rifugiati, già in aumento, rischiano di mettere sotto pressione i Paesi limitrofi, mentre la ripresa economica post-pandemica dell’area potrebbe subire una nuova battuta d’arresto.

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