Scontro tra Italia e Francia: Bayrou accusa Roma di dumping fiscale e riapre il dossier sulle regole UE
- piscitellidaniel
- 1 set
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Le parole di François Bayrou, figura storica della politica francese e attuale Alto Commissario al Piano di Investimento, hanno riacceso una frizione mai completamente sopita tra Italia e Francia sul delicato tema della concorrenza fiscale tra Paesi europei. In un’intervista rilasciata alla stampa d’Oltralpe, Bayrou ha accusato apertamente l’Italia di praticare un “dumping fiscale” a scapito degli altri Stati membri dell’Unione Europea, con un riferimento esplicito al regime agevolato introdotto negli ultimi anni per attrarre residenti ad alto reddito e investimenti stranieri.
Secondo il politico centrista, l’Italia starebbe adottando politiche fiscali che falsano il mercato interno europeo, attraverso agevolazioni selettive riservate a nuovi residenti facoltosi, tra cui l’imposta sostitutiva di 100.000 euro per i cosiddetti “neo-domiciliati”, una misura pensata per attrarre imprenditori, pensionati benestanti e figure professionali di alto profilo fiscale. Bayrou sostiene che tale meccanismo incentivi una “migrazione fiscale” che penalizza i Paesi con regimi più progressivi e meno concorrenziali, come la stessa Francia.
La replica da parte del governo italiano non si è fatta attendere. Fonti del Ministero dell’Economia hanno difeso la politica fiscale nazionale, definendola coerente con i principi del Trattato europeo e già oggetto di valutazione da parte della Commissione europea senza rilievi di compatibilità. Il regime dei “neo-residenti” è infatti ispirato a strumenti simili presenti in altri Paesi, come il “non-dom” del Regno Unito e lo “impatriate regime” spagnolo. Inoltre, secondo Roma, si tratta di misure temporanee, mirate e con impatto macroeconomico positivo in termini di attrazione di capitale e competenze.
Il dibattito ha però trovato terreno fertile in un momento particolarmente delicato per l’Unione Europea, dove il tema dell’armonizzazione fiscale è tornato prepotentemente sul tavolo dopo anni di stallo. Le recenti tensioni tra Stati membri sull’implementazione della direttiva Pillar II dell’OCSE – che prevede una minimum tax del 15% per le multinazionali – hanno mostrato quanto sia ancora fragile il consenso su una politica fiscale comune. In questo contesto, le accuse di Bayrou rischiano di inasprire ulteriormente i rapporti, spingendo i Paesi più colpiti dalla “fuga di contribuenti” a chiedere maggiore vigilanza sulle politiche di attrazione fiscale adottate da alcuni partner europei.
Il problema sollevato da Bayrou ha anche una dimensione politica interna alla Francia. Le sue dichiarazioni arrivano in un momento in cui il governo è sotto pressione per il deficit e la sostenibilità della spesa pubblica. L’accusa rivolta all’Italia può dunque essere letta anche come un modo per spostare l’attenzione su presunti “free rider” europei, contribuendo a rafforzare una narrazione già emersa in altre occasioni, secondo cui alcuni Paesi UE giocherebbero una partita fiscale parallela, in contraddizione con lo spirito di solidarietà e convergenza dell’Unione.
In realtà, la partita fiscale tra Stati membri è da anni una delle contraddizioni strutturali dell’architettura europea. Mentre esistono regole stringenti su bilancio, deficit e debito, non esiste ancora un sistema vincolante che imponga convergenza sui regimi fiscali. Questo ha generato un mosaico di normative nazionali spesso incompatibili tra loro, in cui alcuni Stati hanno costruito vere e proprie “fiscalità di attrazione” rivolte a pensionati, manager o società holding. L’Italia è solo l’ultimo esempio di una lunga lista che include Irlanda, Olanda, Lussemburgo, Malta e Cipro.
La questione tocca anche il dibattito sull’equità tra cittadini europei. Le critiche di Bayrou trovano consenso in una parte dell’opinione pubblica che vede in questi regimi agevolati un privilegio fiscale inaccettabile in un’epoca in cui i governi chiedono sacrifici crescenti ai ceti medi e bassi. Sul piano giuridico, però, l’Unione ha finora mostrato prudenza nel sanzionare queste pratiche, appellandosi al principio di competenza fiscale esclusiva degli Stati membri, salvo casi di aiuti di Stato o violazioni manifeste delle regole della concorrenza.
Il dibattito rischia quindi di assumere un tono sempre più politico, coinvolgendo le istituzioni europee in un confronto che tocca l’essenza stessa dell’Unione: è possibile costruire un mercato unico senza una base fiscale comune? E fino a che punto le politiche nazionali possono essere orientate all’attrazione di capitali, senza compromettere l’equilibrio dell’intero sistema?
Il caso Italia-Francia rappresenta solo un esempio della più ampia frattura che attraversa l’Europa tra Nord e Sud, Est e Ovest, piccoli e grandi Stati. Da una parte Paesi che difendono la libertà fiscale come strumento di competitività, dall’altra quelli che chiedono armonizzazione e maggiore controllo sui regimi agevolati. Le prossime settimane saranno decisive per capire se l’affondo di Bayrou rimarrà un episodio isolato o darà impulso a una nuova stagione di confronto sull’unione fiscale europea.

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