Salario minimo, Rizzetto (FdI): “Basta propaganda, avanti con la delega”. Atteso il voto in Senato entro luglio
- piscitellidaniel
- 3 lug
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Il dibattito sul salario minimo torna al centro dell’agenda parlamentare, con l’annuncio del presidente della Commissione Lavoro della Camera, Walter Rizzetto (Fratelli d’Italia), che ha dichiarato di voler accelerare l’iter del disegno di legge delega sul lavoro, contenente anche una riforma complessiva dei minimi retributivi. “Basta propaganda – ha affermato Rizzetto –. Ora dobbiamo passare ai fatti, approvando la delega e restituendo dignità al confronto parlamentare”. La maggioranza di governo punta a ottenere l’approvazione definitiva del provvedimento in Senato entro la fine del mese di luglio, prima della pausa estiva, sostenendo una linea alternativa al salario minimo legale in favore della valorizzazione della contrattazione collettiva.
Il disegno di legge, già licenziato dalla Camera, si concentra su un sistema di garanzie retributive minime ancorate ai trattamenti previsti dai contratti collettivi maggiormente applicati nei vari settori, secondo quanto stabilito dall’articolo 36 della Costituzione. In particolare, il testo prevede una delega al Governo per definire, con decreti legislativi, criteri e strumenti idonei a rafforzare l’efficacia della contrattazione collettiva di qualità, estendendone l’applicazione anche ai lavoratori attualmente esclusi da tutele adeguate.
Contrattazione collettiva come architrave della riforma
La proposta sostenuta da Fratelli d’Italia, insieme agli altri partiti della maggioranza, punta a contrastare la diffusione del lavoro povero non attraverso un salario minimo stabilito per legge, ma con il rafforzamento dei contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. L’idea alla base è che un salario legale uniforme rischierebbe di spiazzare i meccanismi di contrattazione settoriale e di introdurre soglie retributive inadeguate alle diverse realtà produttive del Paese.
Il testo della delega, nelle intenzioni della maggioranza, prevede anche misure per contrastare i contratti pirata, ovvero quelli firmati da soggetti non rappresentativi con il solo scopo di ridurre i costi del lavoro. Inoltre, è prevista l’istituzione di una banca dati pubblica sui contratti collettivi nazionali e la definizione di indicatori oggettivi di rappresentatività delle parti firmatarie. L’obiettivo dichiarato è rafforzare il principio del “contratto leader”, come parametro per individuare le condizioni economiche e normative da applicare a tutti i lavoratori del medesimo settore, indipendentemente dal datore di lavoro.
Rizzetto ha sottolineato che questa riforma rappresenta un passo in avanti “verso un sistema più equo, trasparente e coerente con il nostro ordinamento costituzionale”. Secondo il deputato di Fratelli d’Italia, “non possiamo accettare che si riduca un tema così importante a uno slogan elettorale. Il salario minimo legale, proposto da parte dell’opposizione, rischia di appiattire le differenze tra comparti e di incentivare il lavoro sommerso”.
Le critiche dell’opposizione e la mobilitazione sindacale
Le forze di opposizione, guidate in Parlamento dal Partito Democratico e dal Movimento 5 Stelle, hanno accusato la maggioranza di voler evitare l’adozione di una soglia minima retributiva per legge, lasciando così scoperti milioni di lavoratori a bassa paga. La proposta alternativa presentata dalle opposizioni nei mesi scorsi fissava un salario minimo orario di 9 euro lordi, come soglia minima inderogabile. Secondo le stime di INPS e ISTAT, sarebbero oltre 3 milioni i lavoratori italiani che attualmente guadagnano meno di quella cifra, spesso in settori come la logistica, la ristorazione, il commercio e l’agricoltura.
La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha definito la delega proposta dal Governo “una manovra dilatoria che serve solo a prendere tempo e a disinnescare un tema molto sentito tra i lavoratori”. Anche Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 Stelle, ha attaccato frontalmente l’impostazione della maggioranza, sostenendo che “la contrattazione collettiva non può coprire da sola tutte le situazioni di sfruttamento”. I gruppi parlamentari di opposizione hanno annunciato emendamenti e ostruzionismo al Senato se il testo non sarà modificato in modo sostanziale.
Anche i sindacati confederali si dividono sul tema. La CGIL continua a sostenere con forza la necessità di un salario minimo legale come strumento per contrastare la povertà lavorativa e ridurre le diseguaglianze. La CISL e la UIL, pur non escludendo il principio del salario minimo, insistono sulla centralità della contrattazione collettiva e chiedono piuttosto di estendere le tutele esistenti ai settori oggi privi di rappresentanza forte. I sindacati, intanto, hanno convocato assemblee nei luoghi di lavoro e mobilitazioni territoriali per sensibilizzare l’opinione pubblica sui rischi derivanti da una riforma che potrebbe lasciare immutato lo stato attuale di precarietà e sottosalario in molte aree del Paese.
Il calendario parlamentare e il confronto con Bruxelles
Il voto in Senato è atteso entro la fine del mese, e il Governo punta a chiudere l’iter legislativo prima della pausa estiva. Il presidente Rizzetto ha ribadito la volontà di “tenere unito il testo” e di “non cedere alla pressione mediatica e politica”, confermando l’intenzione di dare attuazione alla delega entro i primi mesi del 2025, una volta approvati i decreti attuativi. Secondo fonti della maggioranza, la riforma potrebbe poi essere collegata a una più ampia revisione del sistema delle politiche attive del lavoro e dei centri per l’impiego.
La questione del salario minimo, tuttavia, non riguarda solo la dinamica politica interna. Anche la Commissione Europea ha sollevato l’attenzione sul tema, invitando l’Italia ad adeguarsi alla direttiva europea 2022/2041, che impone agli Stati membri di garantire livelli minimi di retribuzione adeguati, attraverso salari minimi legali o sistemi efficaci di contrattazione collettiva. Il Governo italiano ha finora risposto sostenendo che il sistema contrattuale nazionale soddisfa i criteri richiesti, ma resta il nodo di come certificare la copertura effettiva della contrattazione rispetto al numero complessivo di lavoratori.
Nel frattempo, il tema del salario minimo resta tra i più sentiti dall’opinione pubblica. Secondo un sondaggio IPSOS pubblicato a fine giugno, oltre il 70% degli italiani si dice favorevole all’introduzione di una soglia salariale minima per legge. La polarizzazione tra le posizioni politiche riflette quindi una tensione profonda tra esigenze di protezione e approcci diversi alla regolazione del mercato del lavoro. La votazione in Senato segnerà un passaggio decisivo per capire quale modello prevarrà: se quello che punta a rafforzare la contrattazione collettiva come strumento flessibile e negoziale, o quello che chiede una garanzia legale e universale contro il lavoro sottopagato.

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