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Salami, il “falco” dei Pasdaran: chi era il generale ucciso nell’attacco israeliano all’Iran

Tra le vittime dell’attacco israeliano in territorio iraniano, avvenuto nella notte tra il 13 e il 14 giugno, figura il generale Abbas Salami, figura chiave del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), meglio noto come Pasdaran. La sua eliminazione segna un nuovo livello di intensità nello scontro tra Israele e Iran, e rappresenta un colpo durissimo per l’establishment militare e ideologico di Teheran. Salami era considerato uno degli strateghi più influenti all’interno dell’apparato militare iraniano, nonché un architetto della guerra psicologica condotta dal regime sia sul piano interno che all’estero.


L’attacco che ha portato alla morte del generale è stato sferrato da Israele contro obiettivi considerati strategici, localizzati nella provincia di Isfahan, nel cuore dell’Iran. Secondo fonti d’intelligence occidentali, l’operazione avrebbe avuto come obiettivo primario un centro di comando avanzato utilizzato dai Pasdaran per il coordinamento di operazioni esterne, in particolare nella cosiddetta “Mezzaluna sciita” che collega Iran, Iraq, Siria e Libano. Proprio in quel compound, secondo i report diffusi da fonti arabe e confermati in parte anche da osservatori israeliani, si trovava Salami insieme ad altri alti ufficiali del corpo.


La figura di Abbas Salami, pur poco nota al grande pubblico, era centrale negli equilibri del potere militare iraniano. Nato negli anni Sessanta a Yazd, aveva aderito alla rivoluzione khomeinista da giovanissimo, partecipando poi alla guerra Iran-Iraq negli anni Ottanta. Dopo quella che Teheran considera la “guerra imposta”, Salami era entrato stabilmente nel vertice dei Pasdaran, specializzandosi nelle tecniche di disinformazione, propaganda e infiltrazione psicologica, diventando infine capo del Dipartimento per le operazioni speciali e asimmetriche dell’IRGC.


Era noto negli ambienti militari con l’appellativo di “Maestro della Guerra Psicologica”, per la sua abilità nel condurre operazioni di influenza attraverso canali informali, media, social network e reti clandestine. Secondo diversi rapporti occidentali, Salami sarebbe stato il regista dietro campagne di destabilizzazione condotte in Iraq e Siria, nonché uno degli ispiratori delle attività paramilitari e di supporto logistico alle milizie sciite in Libano e Yemen. Il suo nome compariva in numerose liste di sanzioni internazionali, comprese quelle emesse dal Dipartimento del Tesoro statunitense e dal Consiglio dell’Unione Europea.


Il suo assassinio, secondo gli analisti, non ha solo valore militare, ma è un atto dal fortissimo peso simbolico. Salami rappresentava una delle menti più sofisticate della strategia iraniana di proiezione del potere fuori dai confini nazionali, ed era ritenuto tra i più intransigenti sostenitori della linea dura contro Israele e gli Stati Uniti. Alcuni osservatori lo avevano persino indicato come uno dei possibili successori dell’attuale comandante generale dell’IRGC, Hossein Salami (omonimo ma non parente). Il suo profilo, meno appariscente di quello del generale Qassem Soleimani – ucciso dagli USA nel gennaio 2020 – era però ritenuto da molti persino più temibile sul piano operativo.


La reazione iraniana alla sua uccisione non si è fatta attendere. La Guida Suprema Ali Khamenei ha definito Salami “un martire della resistenza islamica”, promettendo vendetta contro Israele e i suoi alleati. In una nota diffusa dai media statali, i vertici dei Pasdaran hanno giurato che “il sangue del comandante non andrà sprecato” e che “la risposta sarà all’altezza del sacrificio”. Il Parlamento iraniano ha osservato un minuto di silenzio, mentre migliaia di persone sono scese in piazza in diverse città, da Teheran a Mashhad, per rendere omaggio al generale e invocare una rappresaglia immediata.


Anche Hezbollah ha reagito duramente. Il leader del gruppo libanese, Hassan Nasrallah, ha parlato di “atto di guerra” che merita “una reazione unificata di tutte le forze della resistenza islamica nella regione”. In Siria e Iraq, le milizie filo-iraniane sono state poste in stato di massima allerta. Alcune fonti riferiscono che già nelle ore successive all’attacco siano stati aumentati i controlli sulle basi americane in Iraq e sul confine con Israele nel sud della Siria.


L’uccisione di Salami avviene in un momento già ad altissima tensione. Israele, che da anni conduce una guerra ombra contro il programma nucleare e militare dell’Iran, ha inasprito le sue azioni preventive, nel timore di un’accelerazione dell’arricchimento dell’uranio da parte di Teheran. Allo stesso tempo, le crescenti minacce da parte delle milizie alleate dell’Iran contro obiettivi israeliani e americani nella regione hanno portato Tel Aviv a optare per una strategia sempre più aggressiva.


Negli Stati Uniti, l’amministrazione Biden si è detta “profondamente preoccupata per l’escalation”, ma ha evitato di condannare apertamente l’azione israeliana, limitandosi a un invito alla moderazione. Il portavoce del Dipartimento di Stato ha ribadito il diritto di Israele a difendersi, ma ha anche ricordato l’urgenza di evitare un ampliamento del conflitto nella regione. L’Unione Europea, invece, ha chiesto una de-escalation immediata e l’avvio di un canale diplomatico di crisi. Mosca e Pechino hanno condannato l’attacco e chiesto un intervento urgente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.


Sul piano interno, la morte del generale Salami potrebbe rafforzare ulteriormente la linea oltranzista del regime. I media statali stanno alimentando una narrazione eroica, che raffigura il comandante come un martire caduto per la difesa della sovranità e della dignità nazionale. L’apparato della sicurezza iraniana è stato rafforzato e i servizi segreti hanno annunciato l’avvio di indagini su possibili complicità interne, lasciando intendere che l’intelligence israeliana possa aver avuto accesso a informazioni privilegiate. La possibilità di nuove purghe o di arresti tra le fila dei Pasdaran non è esclusa.

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