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Regno Unito e India firmano oggi un accordo di libero scambio bilaterale dopo tre anni di negoziati, inaugurando una nuova era commerciale con impatti strutturali su entrambi i Paesi

Dopo quasi tre anni e mezzo di negoziati durissimi, oggi verrà firmato a Chequers, residenza ufficiale del primo ministro britannico, l’accordo di libero scambio tra Regno Unito e India che modificherà profondamente le relazioni economiche tra i due Paesi. L’intesa, definita come “storica” da entrambe le capitali, è il più significativo accordo post‑Brexit raggiunto da Londra e si inserisce nel contesto del piano governativo britannico per trasformare la strategia di crescita economica ed espandere l’influenza globale del Regno Unito.


Il testo di massima, chiuso lo scorso 6 maggio, prevede tagli alle tariffe su oltre il 90 % delle merci di entrambi i Paesi, compresi settori strategici come alcolici, automobili, cosmetici, tessuti e alimentari. In particolare, il dazio indiano su whisky e gin britannici si riduce gradualmente dal 150 % al 40 % in un arco pluriennale, mentre il dazio medio sulle esportazioni britanniche passa dal 15 % a circa il 3 %. Sul versante indiano, la rimozione dei dazi interesserà settori trainanti quali tessile, calzature, prodotti agricoli e cosmetica, con potenziali incrementi dell’export stimati tra il 30 % e il 45 % nei prossimi anni.


L'accordo è stato accompagnato dalla firma di una Double Contribution Convention, che disciplina la contribuzione previdenziale per i lavoratori temporanei scambiati tra i due Paesi, impedendo la doppia imposizione sociale su chi lavora per brevi periodi all’estero. L’elemento è particolarmente significativo per i cittadini indiani impegnati nel settore dell’assistenza e della tecnologia nel Regno Unito; per loro è previsto un esonero contributivo di tre anni, reciproco anche per i lavoratori britannici in India.


Sul piano istituzionale, la firma oggi rappresenta il culmine di una lunga fase negoziale avviata nel gennaio 2022 sotto la presidenza di Rishi Sunak, interrotta più volte per motivi politici e tecnici. Le fasi salienti sono state quattordici, con riprese dopo stasi provocate da elezioni nei due Paesi e divergenze su questioni spinose come quote di automobili, requisiti per i visti professionali, carbon border tax e protezione dei prodotti di pregio come il whisky scozzese. Dopo la vittoria elettorale di Starmer, i colloqui furono restituiti secondo un’intesa rinnovata, e nell’aprile 2025 l’accordo era definito al 90 % concluso. I dettagli finali attendevano le concessioni su tariffa carbonio e finanziamenti alla filiera automobilistica indiana.


Domani, in un tripudio mediatico, i primi ministri Narendra Modi e Sir Keir Starmer apporranno le ultime firme sul documento, accompagnati dai ministri del Commercio: Piyush Goyal per l’India e Jonathan Reynolds per il Regno Unito. Alla cerimonia seguirà una conferenza stampa congiunta in cui verranno illustrati i contenuti, in attesa che i Parlamenti di entrambi i Paesi avviino i processi di ratifica, già ritenuti scontati.


Gli obiettivi economici sono ambiziosi: il think tank britannico prevede un aumento annuale del PIL di +4,8 miliardi di sterline, un incremento salariale pari a +2,2 miliardi e +1,8 miliardi in gettito fiscale. L’India, dal canto suo, mira ad un’espansione delle esportazioni verso il Regno Unito di 34 miliardi di dollari entro il 2040, con un ricaduta positiva per i lavoratori nei distretti tessili chiave e per le piccole e medie imprese manifatturiere.


Tuttavia, non mancano critiche. Le associazioni dei servizi finanziari e legali britannici lamentano benefici limitati rispetto alla loro attesa espansione sui mercati emergenti; ambientalisti e sindacati mettono in guardia sui rischi legati a permessi di esportazione non sufficientemente monitorati e alla potenziale apertura dell’India verso il carbone. Starmer ha risposto che l’accordo fornisce linee guida su sviluppo sostenibile e si inserisce nel quadro della transizione verde globale, lasciando aperto il negoziato su investimenti bilaterali e trattati separati.


Il contesto geopolitico conta: l’intesa arriva in un momento di tensioni commerciali globali, con l’America pronta a rincarare di dazi verso film stranieri e minacce Usa; con l’accordo UK‑India, il Regno Unito consolida un asse strategico nell’Indo‑Pacifico e prefigura una rete di accordi con Australia, Canada e paesi del Golfo, erodendo la leadership commerciale cinese nell’area.


La rimozione delle barriere sui beni e l’esonero contributivo offrono slancio anche al settore turistico, educativo e alla mobilità professionale tra i due Paesi, producendo un tessuto di interscambio culturale potenzialmente duraturo. L’aumento dei visti e la semplificazione normativa accompagneranno l’andamento delle esportazioni di ingegneria e servizi digitali, con quote finite intorno alle 1.800 nuove possibilità settoriali per professionisti qualificati.


Sul piano sociale, la mobilità lavorativa sarà favorita anche da programmazione congiunta per formazione, certificazioni e crediti previdenziali; il Regno Unito potrà contare su personale indiano nei sistemi sanitari e tecnici, mentre l’India beneficerà di esperti nell’automotive, scienza e agritech.


Nel mondo imprenditoriale l’accordo è percepito come una spinta verso una politica industriale bilaterale e verso un nuovo capitolo di sviluppo collettivo: imprese del Made in UK guardano all’India come mercato prioritario per tecnologie e beni di consumo, mentre le aziende ghiotte indiane puntano su consumatori britannici per scarpe, abiti, derrate e prodotti agricoli.


I prossimi mesi saranno decisivi: la prova sul campo sarà data dalla velocità con cui le imprese europee e le PMI locali adotteranno le nuove opportunità, e da quanto velocemente verranno risolte le questioni ancora aperte sopra il tavolo negoziale parallelo. Il parere delle Camere, degli enti economici e dell’opinione pubblica guiderà l'effettiva messa in opera dell’accordo, pur percepito come passo cruciale verso una nuova era di relazioni tra due delle più grandi economie del mondo post-Brexit.

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